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TUTTO E' UNO - L'IPOTESI DELLA SCIENZA OLOGRAFICA

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TUTTO E' UNO - L'IPOTESI DELLA SCIENZA OLOGRAFICA

Messaggio Da Angelodiluce il Dom Set 05, 2010 1:07 am

L'immagine è un ologramma, una raffigurazione tridimensionale creata con l'aiuto di un laser, e la magia tecnologica necessaria per creare simili immagini è notevole.
Ma ciò che è ancor più sbalorditivo è che alcuni scienziati stanno iniziando a credere che l'universo stesso sia una sorta di ologramma gigante, un'illusione straordinariamente dettagliata né più né meno reale dell'immagine della Principessa Leia che dà l'avvio alla ricerca di Luke.
In altre parole, vi sono prove che suggeriscono che il nostro mondo e tutte le cose in esso contenute - dai fiocchi di neve agli aceri, alle stelle cadenti e agli elettroni in rotazione - siano anch'esse immagini spettrali, proiezioni provenienti da un livello di realtà talmente lontano dal nostro, da essere letteralmente al di là dello spazio e del tempo.

I principali artefici di questa stupefacente idea sono due fra i più eminenti pensatori del mondo: David Bohm, fisico presso la University of London, un protetto di Einstein ed uno dei fisici quantistici più stimati del mondo; e Karl Pribram, un neurofisiologo presso la Stanford University e autore del testo di neuropsicologia, ora un classico, Languages of the Brain.
È interessante il fatto che Bohm e Pribram siano giunti alle proprie conclusioni indipendentemente e partendo da due direzioni molto differenti. Bohm si convinse della natura olografica dell'universo solo dopo anni di insoddisfazione per l'incapacità delle teorie correnti di spiegare tutti i fenomeni che si incontrano nella fisica quantistica.
Pribram se ne convinse a causa dell'incapacità delle comuni teorie sul cervello di spiegare vari enigmi neurofisiologici.
Dopo essere giunti alle proprie conclusioni, però, Bohm e Pribram si resero velocemente conto che il modello olografico chiariva anche molti altri misteri, inclusa l'incapacità di qualsiasi teoria, a prescindere da quanto inclusiva essa fosse, di giustificare tutti i fenomeni incontrati in natura; la capacità di individui che odono da un solo orecchio di determinare la direzione di provenienza di un suono; e la nostra capacità di riconoscere il viso di qualcuno che non abbiamo visto per molti anni, nonostante quella persona sia cambiata considerevolmente nel frattempo.
Ma la cosa più sbalorditiva del modello olografico era che esso dava improvvisamente senso a una vasta gamma di fenomeni talmente elusivi da essere stati categorizzati al di fuori dei confini della comprensione scientifica. Questi includono telepatia, precognizione, sentimenti mistici di unità con l'universo, e perfino la psicocinesi, o la capacità della mente di muovere oggetti materiali senza che nessuno li tocchi.

Divenne in effetti rapidamente ovvio per il numero sempre maggiore di scienziati che abbracciavano il modello olografico che esso aiutava a spiegare praticamente tutte le esperienze paranormali e mistiche, e negli ultimi sei anni ha continuato a elettrizzare ricercatori e a far luce su un crescente numero di fenomeni prima inesplicabili.

[...] Un ultimo indizio a favore del modello olografico è il paranormale stesso. Questo non è cosa da poco, poiché nel corso degli ultimi decenni si è accumulata una notevole quantità di prove che suggeriscono che la nostra comprensione della realtà, la solida e confortante immagine materialistica del mondo che abbiamo appreso nelle lezioni di scienza del liceo, è errata.
Poiché queste scoperte non possono essere spiegate da nessuno dei nostri normali modelli scientifici, la scienza li ha in linea di massima ignorati. Tuttavia la quantità di prove ha raggiunto il punto in cui questa non è più una situazione sostenibile.
Per citare un solo esempio, nel 1987 il fisico Robert G. Jahn e la psicologa clinica Brenda J. Dunne, entrambi della Princeton University, annunciarono che, dopo una decade di sperimentazione eseguita dal loro Princeton Engineering Anomalies Research Laboratory, avevano accumulato prove inequivocabili che la mente può interagire psichicamente con la realtà materiale.
Più precisamente, Jahn e la Dunne trovarono che, attraverso la sola concentrazione mentale, gli esseri umani potevano influenzare il funzionamento di certi tipi di macchine.

Questa è una scoperta sbalorditiva, che non può essere giustificata nei termini della nostra attuale visione della realtà. Essa può invece essere spiegata dalla visione olografica. Viceversa, poiché gli eventi paranormali non possono essere giustificati dalle attuali conoscenze scientifiche, essi esigono un nuovo modo di vedere l'universo, un nuovo paradigma scientifico.
Oltre a mostrare come il modello olografico possa giustificare il paranormale, il libro esaminerà anche come, a loro volta, le crescenti prove a favore del paranormale sembrino necessitare l'esistenza di un modello di questo tipo.

[...] Io sono fortunato. Ho sempre saputo che il mondo era ben più di quanto fosse generalmente accettato. Crebbi in una famiglia di sensitivi, e fin dalla giovane età sperimentai di prima mano molti dei fenomeni di cui si parlerà in questo libro. Occasionalmente, quando sarà rilevante per il soggetto che viene trattato, esporrò alcune delle mie esperienze personali. Nonostante possano essere considerate solo come prove aneddotiche, esse mi hanno fornito la dimostrazione più convincente di tutte che viviamo in un universo che stiamo solo iniziando a sondare, e le includo per via delle intuizioni che offrono.
Infine, essendo il concetto olografico ancora molto un'idea in formazione ed essendo un mosaico di molti punti di vista e prove differenti, alcuni hanno arguito che non dovrebbe essere definito come modello o teoria, finché questi punti disparati non vengano integrati in un insieme più unificato. Come risultato, molti si riferiscono a queste idee come al paradigma olografico.
Altri preferiscono analogia olografica, metafora olografica, e così via. In questo libro, per il gusto della diversità, ho usato tutte queste espressioni, modello olografico e teoria olografica incluse, ma non intendo affermare che l'idea olografica abbia raggiunto lo stato di un modello o di una teoria nel senso più rigoroso di questi termini.

Pagina 17 CAPITOLO 1
Il cervello come ologramma

Non è che il mondo delle apparenze sia errato; non è che non esistano oggetti là fuori, a un certo livello della realtà. È che se lo attraversate e osservate l'universo con un sistema olografico, giungete a una visione differente, una diversa realtà. E quest'altra realtà può chiarire cose che sono finora rimaste scientificamente inesplicabili: fenomeni paranormali, sincronicità, la coincidenza apparentemente significativa degli eventi.
Karl Pribram in un'intervista su Psychology Today

L'enigma che dapprima spinse Pribram sulla strada verso la formulazione del suo modello olografico fu l'interrogativo su come e dove i ricordi fossero conservati nel cervello. Agli inizi degli anni Quaranta, quando in un primo tempo si interessò a questo mistero, si credeva che i ricordi fossero localizzati nel cervello. Ciascun ricordo che una persona aveva, come il ricordo dell'ultima volta che avevate visto vostra nonna, o quello della fragranza di una gardenia che odoraste all'età di sedici anni, si riteneva avesse una locazione specifica in qualche punto nelle cellule cerebrali. Queste tracce di memoria erano chiamate engrammi, e nonostante nessuno sapesse da cosa un engramma fosse costituito - se fosse un neurone o forse perfino uno speciale tipo di molecola - la maggior parte degli scienziati erano sicuri che fosse solo una questione di tempo prima che uno di essi venisse identificato.

Pagina 20 [...]
Una delle cose che rendono possibile l'olografia è un fenomeno conosciuto come interferenza. L'interferenza è il disegno intersecato che si verifica quando due o più onde, come le onde dell'acqua, s'increspano l'una attraverso l'altra. Ad esempio, se gettate un sasso in uno stagno, esso produrrà una serie di onde concentriche che si espandono verso l'esterno. Se gettate due sassi in uno stagno, avrete due serie di onde che si espandono e passano una attraverso l'altra.
La complessa disposizione di creste e avvallamenti che risulta da queste collisioni è nota come schema di interferenza. Ogni fenomeno simile a quello delle onde può creare uno schema di interferenza, inclusa la luce e le onde radio.
Poiché la luce laser è un tipo di luce estremamente pura e coerente, è in particolare modo adatta a creare schemi di interferenza. Essa fornisce, in essenza, il sasso perfetto e il perfetto stagno.
Di conseguenza, gli ologrammi, come li conosciamo oggi, erano impossibili prima dell'invenzione del laser. Un ologramma è prodotto quando un'unica luce laser viene divisa in due raggi separati. Il primo raggio viene fatto rimbalzare dall'oggetto per essere fotografato. Poi il secondo raggio viene lasciato collidere con la luce riflessa del primo. Quando questo accade essi creano uno schema di interferenza che viene poi registrato su una porzione di pellicola (vedifigura 1).
A occhio nudo l'immagine sulla pellicola non somiglia affatto a quella dell'oggetto fotografato. In effetti, è anche un po' simile ai cerchi concentrici che si formano quando una manciata di sassi viene buttata in uno stagno (vedi figura 2.
Ma appena un altro raggio laser (o in alcuni casi solo una sorgente di luce intensa) viene proiettato attraverso la pellicola, riappare un'immagine tridimensionale dell'oggetto originale.
La tridimensionalità di questo tipo di immagini è spesso fantasticamente convincente. Potete davvero girare intorno a una proiezione olografica e osservarla da diverse angolazioni come fareste con un vero oggetto. Tuttavia, se stendete la mano per tentare di toccarla, essa vi passerà attraverso e scoprirete che in realtà in quello spazio non vi è nulla (vedi figura 3).

La tridimensionalità non è il solo aspetto straordinario degli ologrammi. Se una porzione di pellicola olografica contenente l'immagine di una mela viene tagliata in due e viene poi illuminata da un laser, si troverà che ciascuna metà conterrà ancora l'intera immagine della mela! Anche se le metà vengono divise nuovamente e poi ancora, un'intera mela può ugualmente essere ricostruita da ogni piccola porzione di pellicola (anche se le immagini diverranno più offuscate col rimpicciolirsi delle porzioni).
A differenza delle normali fotografie, ogni piccolo frammento di un pezzo di pellicola olografica contiene la completa informazione registrata nell'intero. (vedi figura 4).3

Esattamente questa era la caratteristica che eccitò tanto Pribram, poiché essa offriva finalmente un modo per comprendere come i ricordi potessero essere distribuiti piuttosto che localizzati nel cervello. Se era possibile per ogni porzione di pellicola olografica contenere tutta l'informazione necessaria per creare un'immagine completa, sembrò allora ugualmente possibile che ogni parte del cervello contenesse tutta l'informazione necessaria per richiamare un ricordo completo.

Pagina 33
Il linguaggio matematico dell'ologramma

Mentre le teorie che resero possibile lo sviluppo dell'ologramma furono dapprima formulate nel 1947 da Dennis Gabor (che vinse in seguito un Premio Nobel per il suo lavoro), durante gli ultimi anni Sessanta e i primi anni Settanta la teoria di Pribram ricevette sostegno sperimentale ancor più persuasivo.
Quando inizialmente Gabor concepì l'idea dell'olografia, non pensava ai laser. Il suo scopo era di migliorare il microscopio elettronico, uno strumento allora primitivo e imperfetto. Il suo approccio era matematico e la matematica da lui usata era un tipo di calcolo inventato da un francese del diciottesimo secolo di nome Jean B. J. Fourier. Parlando in modo approssimativo, ciò che Fourier aveva sviluppato era un sistema matematico per convertire qualsiasi schema, indifferentemente dalla sua complessità, in un linguaggio di onde semplici.
Egli dimostrò inoltre come queste forme d'onda potevano essere riportate allo schema originale. In altre parole, proprio come una telecamera trasforma un'immagine in frequenze elettromagnetiche e un apparecchio televisivo le ritrasforma nell'immagine originale, Fourier aveva dimostrato in quale modo un processo simile potesse essere portato a termine matematicamente. Le equazioni da lui sviluppate per trasformare le immagini in forme d'onda e di nuovo all'originale sono note come trasformate di Fourier.
Le trasformate di Fourier permisero a Gabor di trasformare la fotografia di un oggetto nella forma confusa di schemi di interferenza su una porzione di pellicola olografica. Gli fornirono inoltre la possibilità di escogitare un modo per ritrasformare quegli schemi di interferenza in un'immagine dell'oggetto originale.
In effetti, la speciale completezza in ogni parte di un ologramma è una delle conseguenze che si verificano quando un'immagine ouno schema vengono tradotti nel linguaggio di forme d'onda di Fourier.

Per tutto il periodo dagli ultimi anni Sessanta e i primi anni Settanta vari ricercatori contattarono Pribram comunicandogli di aver portato allo scoperto prove che il sistema visivo lavorava come una sorta di analizzatore di frequenza. Essendo la frequenza una misura del numero di oscillazioni al secondo alle quali un'onda è soggetta, questo suggerì in modo determinante che il cervello potesse funzionare alla stessa maniera di un ologramma.
Ma fu che nel 1979 i neurofisiologi di Berkeley, Russel e Karen De Valois, fecero la scoperta che sistemò la questione. La ricerca durante gli anni Sessanta aveva mostrato che ogni cellula cerebrale nella corteccia visiva è conformata per rispondere a un diverso schema - alcune cellule cerebrali vengono attivate quando gli occhi vedono una linea orizzontale, altre quando gli occhi vedono una linea verticale, e così via.
Di conseguenza, molti ricercatori giunsero alla conclusione che il cervello ricevesse informazione da queste cellule altamente specializzate chiamate rivelatori di caratteristiche, e che le facesse combaciare in qualche modo per fornirci le nostre percezioni visive del mondo.
Nonostante la popolarità di questa opinione, i DeValois sentivano che questa era soltanto una verità parziale. Per verificare la propria supposizione, usarono l'equazione di Fourier per convertire motivi scozzesi e a scacchi in semplici forme d'onda. Poi fecero una prova per vedere come le cellule cerebrali nella corteccia visiva rispondevano a queste nuove immagini di forme d'onda.
Ciò che scoprirono fu che le cellule cerebrali rispondevano non agli schemi originali, ma alle conversioni di Fourier degli schemi. Se ne poteva trarre una sola conclusione. Il cervello usava la matematica di Fourier - la stessa matematica impiegata dall'olografia - per convertire le immagini visuali nel linguaggio di forme d'onda di Fourier.

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