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SILVESTRO II IL PAPA STREGONE

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SILVESTRO II IL PAPA STREGONE

Messaggio Da Angelodiluce il Mar Ago 17, 2010 7:49 pm

Gerberto d'Aurillac fu una delle più grandi e più sconcertanti figure della storia medioevale. Egli nacque da fa­miglia poverissima, in un anno imprecisato intorno al 950, in un villaggio dell'Alvernia, in Francia. Rimasto orfano in te­nera età, venne accolto in un monastero, dove cominciò gli studi, segnalandosi ben presto per la straordinaria intelligenza e, a quanto sembra, per una precisa propensione per le don­ne e il gioco d'azzardo. Ancora molto giovane, si recò in Spa­gna e, cosa inaudita per un sacerdote cristiano, si trattenne per alcuni anni a Cordova a se­guire l'insegnamento dei dotti musulmani di quella città, ci e in quell'epoca era in mano agi Arabi. Che cosa imparò il giovane monaco nella fastosa città isla­mica? Non lo sapremo mai esattamente: ma certo, accanto alla matematica, l'astrologia e la magia. Quello che è noto, è che Gerberto, ritornato in Francia, si guadagnò rapida­mente la fama di essere l'uomo più dotto dei suoi tempi. Que­sta fama fa sì che egli venga segnalato da papa Giovanni XIII all'imperatore, che lo sceglie come precettore di suo figlio Ottone II e, più tardi, lo nomina abate della prestigiosa abbazia di Babbio. Qui tuttavia Gerber­to si attira molte inimicizie e cade in discredito sia presso 1'imperatore sia presso il papa. Si trasferisce allora a Reims, riesce a far deporre l'arcivesco­vo Arnulfo e ad essere eletto al suo posto. Tuttavia un sinodo dichiara illegale la sua nomina e Gerberto è costretto a lascia­re anche Reims. Ma nel 999, egli viene miste­riosamente nominato arcivesco­vo di Ravenna e pochi mesi dopo - per l'esattezza il 2 aprile — sale al trono pontifica­le, assumendo il nome di Sil­vestro II. L'antico discepolo degli occultisti mussulmani resse la Chiesa per quattro anni, con inattesa fermezza e rettitu­dine, unite a un grande spirito di umanità, morendo, in circo­stanze addirittura sconvolgenti, il 12 maggio 1003.

LA CARRIERA FOLGORANTE
Questa carriera folgorante nel campo delle dignità ecclesiastiche, compiuta in circo­stanze per lo meno strane e a dispetto di nemici potentissimi, fu accompagnata, parallelamen­te, da tutta una serie di scoper­te e invenzioni scientifiche che oltrepassavano largamente le conoscenze teoriche e le capa­cità tecniche del tempo e che Gerberto sembrava realizzare senza la minima difficoltà e quasi per gioco. I cronisti del tempo, traendo un'ammirazio­ne unita a qualcosa di molto simile al terrore superstizioso, ne danno delle descrizioni al­quanto vaghe — segno della loro assoluta diversità e novità, che lasciavano interdette perso­ne totalmente estranee alle conquiste della meccanica: un globo celeste in cui tutti gli astri avevano proprie orbite e propri movimenti e compivano in tempi proporzionati le pro­prie rivoluzioni — insomma un moderno planetario, quale fu reinventato solo alla fine del XIX secolo; un orologio mec­canico che segnava le ore an­che nell'oscurità; un organo funzionante a vapore; e infine un automa in grado di rispon­dere con cenni alle domande che gli venivano rivolte. E' quasi inutile dire che di queste invenzioni di Silvestro II non è rimasta alcuna traccia materiale. E' evidente che i suoi contemporanei non erano assolutamente in grado di uti­lizzarle e tanto meno di riprodurle, così come accade, del resto, per le sue scoperte mate­matiche: "egli scoperse e de­scrisse — dice uno storico con­temporaneo — nuovi metodi di calcolo, che i migliori matema­tici riuscivano appena a com­prendere". Infine per comple­tare il quadro di questa perso­nalità sconcertante, vale la pe­na di aggiungere che Silvestro II, in diversi suoi trattati teolgici, che sono giunti fino a noi, sostiene varie opinioni chiara­mente eretiche: l'Enciclopedia Cattolica, preoccupata eviden­temente per la dottrina dell'in­fallibilità pontificia, non poten­do negare il fatto, avanza l'ipo­tesi che Silvestro. . . non ci cre­desse veramente!

L'ORO DELLA GRANDE SALA
Lo storico inglese Gugliel­mo di Malmesburn scrive: "Vi era nel campo Marzio una statua di metallo con l'indice della destra disteso, e che por­tava in fronte l'iscrizione COLPISCI QUI'. Molti, credendo che vi avrebbero trovato un tesoro, avevano spaccato la testa della statua, ma inutilmente. Gerberto invece osservò di nascosto dove arrivasse l'ombra del dito a mezzogiorno in punto, e tor­nato sul posto, di notte con un suo cameriere, fece con i suoi incanti spalancare la terra. Ed ecco apparire ai loro sguardi una grande sala e cavalieri d'oro che giocavano con dadi d'oro e la statua d'oro di un re, disteso con la regina davanti al­la mensa apparecchiata con va­sellame d'oro, in cui il valore dell'arte superava quello del metallo. Nella parte più inter­na, un carbonchio rompeva l'oscurità col suo rosso splendo­re: di fronte, nell'angolo op­posto, la statua di un fanciullo con l'arco teso. Ma niente si poteva toccare, perché se un intruso vi avvicinava la mano, subito tutte quelle statue pare­vano balzargli contro... Pure il cameriere non seppe trattenersi dall'afferrare un coltello di grande valore: ma subito le sta­tue incominciarono a vibrare; l'arco del fanciullo scoccò la sua freccia che colpì il carbon­chio, riempiendo di tenebra la sala...".

IL PATTO CON IL DIAVOLO
Quali segreti nascondevano dunque la sconcertante camera e il sapere sovrumano di Gerberto di Aurillac? La risposta è semplice quanto sconvolgente: il futuro papa aveva concluso un patto col diavolo. La cosa più straordinaria è che il fatto è provato storicamente e che fu lo stesso pontefice a confes­sare la cosa. Nella chiesa della santa Croce di Gerusalemme, a Roma, esisteva una iscrizione in latino, che fu fatta scompa­rire nel corso del XVI secolo, ma non prima che la vedesse quel grande spirito critico che fu Michele Montaigne e che ne fossero pubblicate riproduzioni a stampa. Così diceva la lapide: "Nell' anno del Signore 1003, regnante l'imperatore Ottone, il pon­tefice Silvestro II, che fu pre­cettore dell'imperatore e che forse non troppo giustamente venne eletto papa, fu avvertito da uno spirito che sarebbe morto il giorno in cui fosse en­trato a Gerusalemme. Ignoran­do forse il nome di questa chiesa, egli vi celebrò la messa nel quinto anno del suo ponti­ficato, e morì in quello stesso giorno. Per grazia divina, poco prima dell'elevazione, egli com­prese di essere vicino alla mor­te: e si pentì degnamente e ispirato dalla santità di questo luogo versò amare lacrime, ve­rosimile segno di salvezza eter­na. Finita la messa, egli rivelò allora al popolo le sue colpe e diede ordine che il suo corpo esanime venisse legato a quat­tro cavalli indemoniati e da lo­ro fatto a pezzi a espiazione dei suoi tremendi peccati, e che i pezzi fossero lasciati inse­polti, a meno che Dio nella sua pietà non avesse voluto altri­menti. Poiché i cavalli si arre­starono tutti presso il Laterano, l'Imperatore ordinò che qui egli fosse sepolto e Sergio IV suo successore ne abbellì il sepolcro". Con questa fine insieme atroce e serena, il grande Gerberto papa eretico e mago, si ri­conciliò per sempre con quel Dio di cui era stato l'energico e caritatevole vicario su questa terra. Ma che cosa avrà narrato il pontefice, presago della pros­sima fine, allo stupefatto popo­lo di Roma: quali colpe pote­vano essere così terribili da in­durre ad ubbidire all'ordine di far lacerare dai cavalli le degne spoglie del papa defunto?

LA SCONVOLGENTE CONFESSIONE DI SILVESTRO II
II cronista Walter Map ci ha conservato un racconto che probabilmente riproduce abba­stanza da vicino la sconvolgen­te confessione di Silvestro II: "Quando Gerberto era a Reims, si innamorò perdutamente della figlia del prefetto di quella città, donna bellissima, ammiratissima e corteggiatissima. Per far bella figura con lei, Gerberto si diede a spese pazze, si mise in mano agli usurai e in breve tempo si rovinò. Un giorno, sopraffatto dalle disgrazie, si mise a vagare per un bosco: e improvvisamente gli apparve una donna di una bellezza straordinaria, seduta su un gran drappo di seta, e che aveva da­vanti a sé un cumulo di mone­te d'oro. Egli voleva allontanar­si; ma la donna lo chiamò per nome, si disse mossa a compas­sione del suo stato, e gli offrì tutte le ricchezze che poteva desiderare, purché rinunciasse alla figlia del prefetto, e prendesse lei come compagna ed amante. - Il mio nome è Meri­diana, e sono, come tu sei, creatura dell'Altissimo, e a te, come al più degno degli uomi­ni, io offro la mia vergi­nità... - Da allora Meridiana apparve tutte le notti a Gerberto diven­tando per lui amante, dispensatrice di ricchezze e di cono­scenze arcane e infallibile consigliera politica: in cambio, es­sa ottenne dal futuro papa un formale patto di sottomissio­ne! Durante tutto il tempo del suo sacerdozio, egli non ci cibò più del corpo e del sangue di Cristo, e simulò con frode il sacramento. Meridiana gli an­nunciò poi che sarebbe morto solo dopo aver celebrato la messa in Gerusalemme. Il papa non aveva nessuna intenzione di recarsi in Terra Santa, e si sentiva perciò sicuro. Ma un giorno andò a celebrare nella chiesa detta appunto della San­ta Croce di Gerusalemme: e ri­deva in un modo sinistro, e gli diceva che tra poco l'avrebbe accolto nel suo regno. Ma Sil­vestro chiamò intorno a sé i cardinali, il clero e il popolo, si confessò pubblicamente e morì con asprissime penitenze...".


Silvestro II


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