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Thysía

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Thysía

Messaggio Da Angelodiluce il Gio Apr 29, 2010 1:15 am

Nella religione greca la thysía era un cerimonia religiosa consistente nell’offerta rituale alla divinità di un animale, vegetale o oggetto che veniva ucciso, bruciato o comunque distrutto. Il significato del sacrificio, come afferma Platone nell'Eutifrone, è quello di un «dono agli dei»: il sacrificio è cioè un rito con il quale l'uomo stabilisce un rapporto con la divinità mediante l'istituto del dono. Il sacrificio cruento (uccisione rituale di un animale) è il più diffuso nell'antichità; nella spartizione di carni e interiora (che venivano consumate collettivamente) e ossa avvolte nel grasso (che venivano bruciate sull'altare) è inscritta la separazione dell'uomo dalla divinità (la sua problematizzazione si riflette, per esempio, nel mito di Prometeo).

I sacrifici cruenti di animali comprendevano anche offerte vegetali (chicchi di orzo, focacce, e composti semiliquidi come il pélanos o come la mola salsa dei romani, con cui veniva aspersa la vittima: di qui il termine «immolare» ); si sacrificavano in genere animali domestici (bovini, ovini, e suini, e anche galli e polli), alcuni dei quali erano, a seconda di luoghi e delle circostanze, considerati più graditi a determinate divinità, come il gallo ad Asclepio, la capra o il maiale a Dioniso ecc.; alla Terra si sacrificava una scrofa pregna; ad Artemide si offrivano anche animali selvatici. Più rari erano i sacrifici di cani (a Ecate, Ilizia, Enialio; i romani immolavano un cane rosso a Robigo, la Ruggine del grano. Evidenze archeologiche del perdurare di sacrifici di cani anche in era cristiana (V secolo), sono emerse dagli scavi compiuti nella necropoli dei bambini di Lugnano in Teverina), cavalli (a Poseidone, al Sole, a divinità fluviali), asini (a Priapo) ecc.

La vittima veniva portata all’altare addobbata con bende e ghirlande (ai bovini spesso si indoravano le corna); i partecipanti si purificavano con acqua lustrale (consacrata immergendovi un tizzone preso dall'altare) ed erano ammoniti a osservare un sacro silenzio (che veniva poi interrotto dall'invocazione alla divinità; la celebrazione era inoltre accompagnata da musica); grani d'orzo venivano gettati sull'altare e sulla vittima, che veniva anch'essa purificata per aspersione; dalla sua fronte si recideva qualche ciuffo di pelo che veniva gettato nel fuoco acceso sull’altare; il sacrificatore, vestito di bianco (e con il capo velato nel rito romano, mentre in quello greco portava una corona d'alloro), sgozzava con il coltello sacrificale la vittima, sollevandone il capo verso il cielo o verso la terra a seconda che il sacrificio fesse dedicato agii dei celesti (nel qual caso si celebrava di giorno) o a divinità ctonie (di sera); il sangue sgorgato veniva raccolto e spruzzato sull’altare. Se la vittima era di grandi dimensioni, veniva prima abbattuta con una scure; in alcuni casi veniva ritualizzato anche il senso di colpa o di trasgressione suscitato dall'uccisione della vittima, con la fuga e l'inseguimento del sacrificatore o con il «processo» all'arma sacrificale, che veniva gettata in mare (Bufonie). Le interiora della vittima venivano cotte a parte e assaggiate prima dell'inizio del banchetto comune.

I sacrifici agli dei celesti erano compiuti sul bōmós, un altare rialzato dal suolo, mentre quelli agli dei ctoni, ai morti e agli eroi si eseguivano sull' eschára, un altare-focolare al livello del suolo, o su una fossa (bóthros); in questo caso, la vittima veniva bruciata per intero (olocausto). Anche nei sacrifici propiziatori e in quelli connessi a rituali di purificazione (lustratio) la vittima veniva totalmente distrutta.

Sacrifici si celebravano in varie occasioni della vita pubblica e privata, per ringraziare o propiziare le divinità, per espiare un'offesa nei suoi confronti (piaculum), per prendere auspici in occasione di stipulazioni di trattati tra città. Un tipo particolare di sacrificio è l’offerta primiziale, che ha lo scopo di eliminare la relazione di «proprietà» che la divinità ha con l’oggetto: per poter consumare il cibo, l'uomo deve «sottrarlo» alla divinità stessa, sacralizzandone una parte simbolica, appunto le primizie (aparchaí) delle greggi, dei raccolti, della caccia, e «desacralizzando» il resto, che viene così immesso a consumo senza timore di sacrilegio. I sacrifici incruenti consistevano appunto in offerte di primizie e in libagioni di vario tipo. A volte le offerte avevano forma di animale (modellato con pasta, oppure fabbricato con legno o cera ecc.).

Orfismo e pitagorismo condannarono il sacrificio cruento (che era alla base dell'alimentazione carnea).

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