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LA MORTE

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LA MORTE

Messaggio Da Angelodiluce il Mar Lug 27, 2010 2:28 am

La vita, nel senso pedestre della parola, è una catena ininterrotta di piccole e grandi pene; la vita morale e spirituale è in lotta perpetua con l'ambiente, tenaglia che preme le nostre elementari libertà. La vita fisica, materiale, grossolana del nostro corpo, lotta perpetuamente con necessità insoddisfatte, con piccoli e grandi malanni, contagi, epidemie, infermità costituzionali e con tutta la scala variopinta dei dolori e delle impotenze della nostra carcassa. La civiltà, con leggi, provvedimenti, consuetudini, costumi, transazioni, cerca riparare alla meglio alle necessità liberaleggianti del morale umano, costringendolo, educandolo alla ipocrisia, inverniciandolo per nascondere il colore antipatico delle anime ribelli, profumandolo per impedire che il sentore della volontà di prevalere sui propri simili si discopra. Al fisico umano cerca riparare la scienza medica, l'uomo che lotta contro la natura, per strapparle il segreto della sanità e della invulnerabilità.

Esaminato bene il bilancio delle pene e dei piaceri, delle ore di delizie, delle spiacenti, delle pacifiche, delle terribili, e ponderandolo con leggero acume pratico, il più beota tra gli uomini vedrebbe chiaro che non vai la pena di vivere e d'affannarsi a vivere. Giovani, in lotta con le necessità, le ambizioni, i desideri di godimento, con un corpo esuberante di sangue, di muscoli, di linfa, spesso affamato, eternamente in tensione per afferrare la fortuna al rapido passaggio, chiamando emulazione, per ipocrisia, ogni agguato che ci lusinga di togliere al nostro vicino il pane e la fama per assiderci al suo posto e gentilmente schiacciarlo come un insetto immondo. Vecchi, coi mezzi raccolti in vita, quando molto si potrebbe godere, per l'esperienza, la temperanza, la saggezza, i malanni fisici, l'impotenza, la debolezza, la cagionevolezza, ci riducono a ombre pie o a rassegnati, in attesa della fine. Eppure, con tal quadro, gli uomini non vorrebbero morire.

La Morte, considerata a sangue freddo, senza bollori bellici, senza esasperazione di rissanti, fa paura a tutto l'umano genere. Vi ci acconciamo perché non possiamo evitarla. Vi ci ricamiamo su un bellissimo epitaffio filosofico, per edulcorare la pillola che bisogna volenti o nolenti, ingurgitare con una smorfia di spasimo o una maschera eroica. Perché? Dagli Egizi, dai Caldei, dagli Assiri ai Cristiani, tutte le religioni si sono imperniate su questa assillante idea, paurosa, opprimente, del dopo morte. Il di là della vita, buio, ignorato, discusso con tanti vari argomenti, da chi lo dice lieto e felice e luminoso, come gli spiritualisti a tutto vapore; da chi lo vuole purificatore e ascendente verso la immensa vastità cosmica che si immedesima al Nulla; da chi lo determina al giudizio che Dio farà di noi, come dall'antico Egitto al Cattolicesimo, questo salto nell'oscurità immensa dell'ignoto è tanto universalmente temuto che assume in certi istanti l'aspetto più comico; che se non fossimo civilmente educati a stimar la morte come un istante solenne di una gravita sublime, ci metteremmo a ridere. Poiché, amico lettore, muore tanta gente a ogni minuto dell'orologio del vicino campanile, che serenamente considerata, non deve essere affatto una cosa difficile ne una azione spaventosa. Il medico Cirillo, motteggiando, soleva dire che la morte dev'essere bella, perché, dopo il suo arrivo, gli ammalati non si lamentano mai.L'epoca nostra, che per scienza e per dottrina è meravigliosa, che possiede strumenti e metodi e sale di esperienza che nessun secolo pare abbia posseduto — più di tutte le precedenti vorrebbe risolvere il problema della vita, il suo prolungamento all'infinito. Non sono atto a fare la storia di tutte le idee sbrodolate negli ultimi cinquant'anni; ma se n'è sentite di tutti i colori. Contro le abitudini della dubbia statistica, vi è chi ha sostenutola media della vita umana a 150 anni — ma arrivare ai 200 sarebbe facile, e raggiungere i 250 una possibilità non estrema.(V. Smith,Finot e Mapp, citati dal Weber.) Moltissimi si dettero alla ricerca del mezzo per il ringiovanimento del corpo; Brown-Séquard, nel 1889, pareva che avesse scoperto il rimedio vero, entusiasmando tutta la sua generazione, e fece fiasco. Poi arrivarono Ancol e Bonin che determinarono le glandole interstiziali (1903) e per queste si agitano e sperano Steinach in Germania e Woronoff in Francia. Altri partendo da un concreto ed esplicito risultato della filosofia biologica, sostengono che il prolungamento della vita normale è non solamente assurdo, ma inutile. Assurdo, perchè le leggi umane non si violano; dice un critico (Frumusan): « la natura determina generosamente il limite della vita umana, perché la vita normale dovrebbe sorpassare il secolo, con una maturità attiva e feconda di là dall'ottantesimo anno » (!). Insomma, le aspettative sperimentali, fino all'ora presente puntano su Woronoff con la sostituzione di una glandola viva di una scimmia a quella umana (e sono in esperimento anche le glandolo di montone e di caprone) — mentre il Lespinasse, americano, si limita alle sole glandolo umane, e altri confutano i risultati conseguiti, sostenendo che il complesso dei fenomeni biologici dimostra che non è una glandola sola che fa il buono e il cattivo tempo, ma la sinergia di un complesso di glandole che, prese singolarmente, non hanno che il valore di un elemento separato e insufficiente.

È vero? Non siamo con i tempi ne fuori la relatività dell'ora, superstiziosi della leggenda del millennio apocalittico; ma ci sentiamo lontani dalla concezione religiosa dell'immortalità dell'epoca lontanissima e più recente. La scienza moderna — il cui vanto è il disoccultamento degli antichi sogni dei credenti — ai suoi adepti lascia sperare, o almeno intravedere, una immortalità cellulare organica ed inedita, che non è quella dei mistici, e tanto meno quella degli iniziati. Lancelin asserisce che l'occultismo è uno sforzo perseverante verso a scienza, e rovescia l'ipotesi della vera via che le università si tracciano per risolvere l'enigma di Anteo: combattere il divino eroe on la forza della chimica terrena, madre di quelle stupende scoperte che nell'ultima guerra hanno divertito il genere umano. Raimondo Lullo, i Rosa Croce, i Templari, i Flamel, i Rupescissa, Trevisano, gli Illuminati, San Germano, Cagliostro, gli Orfici, i misteri Egizi, i libri dei primi alchimisti greci, le leggende religiose, paiono sepolti per sempre. La maestà del materialismo, che si diceva morto con la rinascita dello spiritualismo mistico del dopo guerra, pare che rinserri al concreto le tombe delle fiabe tramontate. Neanche i mocciosi credono più alle fiabe. Ma questo materialismo, senza virtù di temperanza, è roso da un pantano largo pochi metri, largo direi, quanto un passo d'uomo, che oggi comprende poche intelligenze umane e viventi, e che domani sarà mutato in mare. Ne sette, ne i costruttori di nuovi e piccoli tempi, ne il Sinedrio, ne il Santo Uffizio lo demoliranno rinserrando la larga platea, senza gridare e senza maledire; ne in cento anni di continue soverchierie lo hanno allargato; non le Università, antiche di dieci o dodici secoli, perpetue e inesauribili conservatrici di metodi e giudizi che non vedono fine ne lasciano, fuori la tradizione, posto alcuno a innovazioni radicali a dimensioni multiple. Ed un contro altare si erigerà dinanzi a questa università scientifica di una scienza esclusiva, e si parlerà in modo più comprensivo e più umano. Poiché questo materialismo, ne morto ne moribondo, è dilagato nella ingiustizia; ha riversato, nella mentalità contemporanea, la concezione impura di una vita con aspirazione al godimento fisico illimitato, irragionevole anche nel desiderio di prolungarla, per il piacere capronico della moltitudine. La quale, nella rapidità delle visioni turbinanti fornite dalla massima soppressione di tempo e di spazio, non trova necessaria che la sola deificazione della filosofia meccanica di controllo, come una religione dei sensi più gravi, diretti e addottrinati da una intelligenza che rinnega a sé stessa una vita dello spirito, dell'anima, e non riconosce alcun potere al pensiero dell'uomo in sé, fuori l'adattazione alla materialità della vita. Un serpente e una lingua biforcuta. La scuola nuovissima darà carattere al pensiero dell'interpretazione Pitagorica italica del magismo, e al di là, al disopra del magismo, sormontando le particolarità dei rituali, affermerà la immortalità luminosa dello spirito intelligente della materia, passando dalla concezione simbolica della sfinge umana o umanizzata al raggiungimento divino di un atomo materia e pensiero. È una profanazione dell'alchimia integrale? è un prendere con un pugno irriverente le parole tesaurizzate degli scomparsi alchimisti dei secoli vissuti per gettarle nella porcaia? Ma non esageriamo! È assolutamente inutile erigere una torre Eiffel per piedistallo al buon senso italico, il buon senso della schietta filosofia della pratica Magna Grecia, maritata a quell'occulto giudizio di inflessibile temperanza che fu dell'Etruria e di Roma.

Io credo alla risurrezione della potenzialità del pensiero pitagorico — la Pizia, il Pitone, la Spira elicoidale che prende nascenza nell'astrale dell'Italia vetusta e assurge all'imperio della coscienza universa, — e credo a questa missione pitagorica italica come il segno di un rinascimento filosofico, scientifico e artistico, impossibile nelle mani che ancora stringono le ferula scolastica del Medio evo. È un sospetto o un desiderio messianico? Chi può dirlo? Siamo vicini al duemila. Non si ripeteranno le paure catastrofiche del Mille? Non sento ancora echeggiare per le vie le apocalissi del terrore; la fine di un mondo non è sempre la frantumazione del pianeta tanto piccolo che noi abitiamo, e tanto meno può limitarsi ad un diluvio che porti le onde all'altezza del Monte Rosa e ai ventotto vulcani predetti dal solito geologo americano, che incendiano l'Europa e la riducono in cenere e carboni: la fine di un mondo può essere la morte di tutta la rancida vecchiaia, sommersa da un ringiovanimento di luce e di pensieri che, sorti dai sepolcreti fatidici, riprendono la missione già anticipata, e rinnovano, rigenerano idee e visioni nel mondo esteriore. E per la conversione e il ringiovanimento di noi stessi? La Morte! Terribile, spaurita, scheletrica immagine del tredicesimo tarocco, tu fai venire il freddo. Venti secoli Cristiani, alla visione delle tue ossa scarnificate si commuovono in noi. Ci comunicano i pensieri allegri delle antiche incisioni e calcografie, sulle pareti che riparano i nostri letti in camere arcaiche popolate di iconi, parate a festa, illuminate da lampade dall'odore di frittura, con un diavolo che ghigna per non poterci afferrare ed un angelo armato di scimitarra turca che ci difende. Ci risveglia l'amore che i buoni teologi domenicani hanno avuto per noi, per purificarci dall'eresia, dall'accusa e dal sospetto di magia diabolica, e rievocano quelle simpatiche corde che ci incoraggiavano, con sorridenti scrollatine, a confessare i nostri sabba e le orge del noce di Benevento, o gli arrosti umani di Fra Giordano o del priore dei Templari — o le processioni di penitenze e gli allegri carnevali delle abiure e delle pubbliche confessioni.

Sei Siva? Sei il tempio dei corvi che mangiano i cadaveri delle torri dei Parsi? Sei il campanello del viatico? Sei il feroce squartatore d'Osiride? Sei la bocca dentata dei mostri caldei? Sei la cenere in un'anfora inutile a cui i nepoti non pensano più? Tu, o miracoloso, tre volte santo scheletro, che raffiguri una fine temuta, hai lo sguardo sorridente; tu sei il simbolo della giovinezza. Tu, nei tre mondi dello spirito, della materia e dell'atto, seiilrinnovamento. Morte, lasciati guardare in faccia; le ossa monde come denti di sacro elefante, bianco sudario, sei come la più bella e chiomata fanciulla sorridente di voluttà nella carne adolescente; se io avessi gli occhi penetranti alla maniera dei raggi X, vedrei scheletri come te e sentirei l'alito della fragrante gioventù; se ci penso, sento di pari fragranza il tuo alito. Non puti di terra umida, di musco, di funghi, di crittogama e di muffa, perché tu, per lo spirito, non sei che la fine di un errore, d'un orgoglio, d'una schiavitù, d'una ossessione. Se lo scheletro è ancora forte, se la carne è ancora vegeta, le cellule vive, il tessuto delle vene elastico, che bisogno vi è di passare per la tomba e rifarsi? Tu, o Morte sei la soluzione dell'enigma spirituale nell'uomo vivente e nella profonda custodia della sua anima ignorata.

Sei il simbolo della grande alchimia, sei il triplo Mercurio e il Mercurio morto, sei l'Azot, sine vita, sei l'ala profondamente scura del corvo, sei il sonno preparante il risveglio, il dolore tremendo che prepara la nascita del più luminoso figliuolo, dopo l'avatar, la metempsicosi dell'antica e lorda anima nella vita nova. Così Dante iniziò il viaggio per assurgere a Beatrice, la luce in atto, nell'altezza più eccelsa che e Amore e luce. Pharmacum catholicum o elisire di lunga vita. Arcano divino degli alchimisti, tu sei la gioventù eterna, spirito raggiante sul nero Fondo del mistero dell'astrale; l'uomo cammina come il matto dei tarocchi: un cane, la necessità, gli morde i polpacci delle robuste gambe: sempre avanti, più avanti; lontano, più lontano. Il Papa, la Papessa, l'Imperatore, l'Imperatrice, i quattro Re, i cavalieri, le dame, le Stelle, gli Amanti, i colori(1) , passano, ritornano; gli girano intorno, si squagliano, si azzuffano, fino a che il giuocatore di bussolotti, spinto dal Diavolo beffardo, si decide a bere nella coppa dell'Amore, che è la Morte, e si muta nel giovane Faust, abbagliante, incantatore, indifferente, che, per non mantenere il patto (la paura) cade nelle musiche degli angeli volgari, il cielo dei volghi... e si salva nel misticismo. Ed ora ritorniamo alle glandolo interstiziali... capite? dovette essere un disinganno atroce per Orfeo quando, nel voltarsi indietro, non scorse più la sua Euridice: se n'era scappata con un caporale dei cavalleggeri di Firenze. Sull'Express Paris-Marseille viaggiai una sera con l'astronomo Camillo Flammarion, bei vecchio, ottima cera, animo buono: soprattutto celebre autore di spiritualismo, credente nell'a 1 t r a vita, nell'a l t r o mondo, nel d o p o e nel d i l à.. Nella sua prosa parecchie generazioni di tutto l'occidente hanno bevuto la coppa della più grande poesia degli spazi interplanetari della fantasia. I suoi volumi sulla Morte, con la più grande venerazione per l'illustre e caro autore, letti e riletti col fascino dell'argomento e del prosatore, non danno la certezza di ciò che ci aspetta dopo la discesa della bara nella fossa mortuaria. Tanta poesia non è che lieta speranza di trovar di meglio di questo cattivo mondo a tre dimensioni, ove la vita umana è una serie di scene tragicomiche che concludono in una liberazione dalle catene terrene e in un passaggio nella zona dei felici. Beati gli uomini che hanno la missione dell'incanto e la certezza di scrivere in prosa il più alto poema di fede: l'esistenza della fine della schiavitù corporea, e la conquista di tutto ciò che — vivendo quaggiù — ci manca: la pace, la luce della mente, la cessazione del dolore e della necessità che ci costringe e sprona ad una lotta di passione e di attesa. Non so perché, tutta la notte, sonnecchiando in treno, la presenza del grande scrittore mi aveva messo innanzi il ricordo di Mardrus. Si era all'inizio della infermità di Lord Carnavon, mecenate degli scavi nelle tombe faraoniche della valle dei Re; Londra e Parigi si appassionavano sulla sorte dei violatori dei cadaveri, e si intervistavano orientalisti e professori di Scienze occulte, per sapere se l'insetto che aveva punto l'inglese fosse stato armato di veleno dai tempi del sacerdozio della Magia. In Italia è arrivata l'eco, non la febbrile curiosità londinese e parigina, di questo momento drammatico della superstizione collettiva. In Italia si è poco propensi alle commozioni di tal genere. Il «Matin» poco tempo prima aveva fatto intervenire Mardrus, l'orientalista eminente, a spiegare il soave riposo della Mummia, nella visione magica e perpetua di una vita non di oltretomba, ma della tomba.

Mardrus è stato il traduttore più artistico e originale delle « Mille e una notte »; scrittore efficace, che delle magiche novelle ha reso tutto il colore e l'armonia della loro origine; e leggendo le sue spiegazioni al giornale sul paradiso delle mummie Reali, piene di sobrie osservazioni, io pensavo come non sia differente, dopo cinquemila anni quasi, la concezione di morte, in due epoche lontanissime nelle quali ne certezza di fede, ne dimostrazione scientifica, hanno potuto determinare una idea precisa del « dopo ». L'immaginazione e i ragionamento tengono luogo di scienza. L'autore di « Lumen » spiritista convinto, poeta degli spazi indefiniti, il simpatico e bianco Flammarion, coi suoi scritti sulla Morte, non prova, non dimostra, non convince. L'orientalismo, mettendo alla luce del nostro secolo i procedimenti magici di tutte le religioni ignorate da millenni, traduce e interpreta una poesia diversa non meno grandiosa, di una tale impressionante novità, che gli adulti ne sono sedotti, come i bambini al racconto di fiabe di spiriti e di orchi. Ma neanche questa seconda poesia ci trova preparati per determinare in noi la coscienza precisa di ciò che diverremo. Mardrus ha la visione orientale della magia sacerdotale, come ebbe la finezza della interpretazione del carattere occulto e strano delle novelle arabe.Questo Faraone Tout-Ankh-Amon, da tremila e più anni riposava nella sua piccola reggia sepolcrale, tra i suoi scrigni preziosi, le sue statuette e le sue dipinture della vita passata. Arriva dal nord una carovana di mercanti empi con l'idea di violare il domicilio lussuosamente funebre dell'antico monarca, di impadronirsi del suo cadavere, e frodarlo del suo doppio, il Ka, che occultamente lo serviva dall'epoca lontana. Delle tre anime, il Ka, più fedele di tutte, gli era restato accanto; l'uccello intelligenza e l’uccello luce, le altre due, erano volate al sole, ritornate alla matrice, intelligenza universale. L'ombra cosciente del sepolto, il Ka, dolorava come il suo Re offeso. Mardrus evoca l'origine, l'ora del trapasso, il giorno beato dei funerali, dopo il preciso momento in cui il pontefice rituale dalle mani pure pronunziava le magiche parole per aprire la bocca della Mummia. Dall'istante in cui queste parole del Gran Sacerdote erano dette con voce giusta e con l'intonazione che arriva [2] la Mummia inintelligente e assonnata mutava bruscamente di condizione. La Morte è in Egitto un mutamento di stato; si muore come si va a nozze, a tutto è solo necessario un buon prete officiante, un mago incantatore di forza.

Chiusa nel suo ipogeo, ove tutte le cose che vi sono raggruppate hanno vita, la mummia comincia, vivificata, a vivere, in tutta verità, servita dal suo doppio, che abita le statuette incantate. E così immagini, parole, geroglifici, statue, fanno il loro dovere. Così, dice l'orientalista, la parola « luce » diventa sole o fiamma illuminante; la parola « focaccia » diventa un vero odorante pasticcino, e ad un cenno volitivo della mummia ogni figura si anima, la ballerina danza e i musici cantano, il profumiere offre le sue essenze al Faraone adorato, l'intendente porta le sue oche imbottite, l'acrobata favorita inizia le sue movenze seducenti.... ed è una felicità perpetua, « deliziosa come il profumo del lotus, come il riposo sulle rive di un paese di ebbrezza ». Pensavo a questa magia incantatrice delle tombe millenarie, pensavo a quel che scrivono i mistici dello spirito dopo venti secoli cristiani! Noi non abbiamo progredito di un decimo di milionesimo di millimetro nella scienza dei poteri dell'anima. Siamo sull'orlo di un pantano melmoso che si chiama «volgarizzazione», ed in questa pozza si affonda il piede dell'audace che va innanzi, parlando, discutendo, pubblicando i metodi per la investigazione della scienza delle anime non devono essere identici agli ordinari adoperati per un segreto di metallurgia. Diversamente, il processo della morte resterà il grande-arcano impenetrabile.

Dice la moltitudine, la plebe scientifica, quella che brevetta i ritrovati e le scoperte industriali: « se sapete e potete provare, venite, io vi poserò sul capo una corona di alloro ». Ho paura che questo arboscello di lauro nobilissimo non sia stato seminato ancora, e che le sue fronde non siano spuntate per fabbricare la corona per lo scopritore di qualche verità preclusa alle masse. Il Filalete, in uno dei suoi curiosi scritti, insegna a « non vendere l'oro che riuscirai a fabbricare ». Chi riesce a sapere, che bisogno ha della benedizione e di un brevetto? E se proprio le masse dovessero ignorare certe verità?
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