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Meditazione Tecnica dell'Estasi

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Meditazione Tecnica dell'Estasi

Messaggio Da Angelodiluce il Mar Lug 27, 2010 2:14 am

CONSIDERAZIONI PRELIMINARI


È rilevabile, dal punto di vista antropologico, la trasmissione nel tempo-spazio di un complesso ricettario di pratiche, poggianti sul complesso spirituale e psico-fisico, che si basano su delle intuizioni che appartengono agli albori della specie e che sono giunte ai nostri giorni, variamente codificate, che promettono di schiudere l’orizzonte percettivo dell’uomo a reami del reale più vasti di quello che è percettibile attraverso i sensi.. Occorre però intendere il termine psiche non nel moderno senso di agglomerato psicologico ma nel senso ancestrale di anima. Un'anima che permea tutto il cosmo, non solo il vaso umano.

Fin dalle prime battute occorre dire che molto di quel che oggi conosciamo di questo complesso di ricette psicofisiche si associa al termine meditazione e yoga e proviene dall’oriente. Alcuni frammenti di documenti, osservazioni e ruderi che sono sopravvissuti o che, fino a qualche decennio fa, era possibile ancora osservare ci mostrano che esisteva in occidente una sapienza spicciola e pratica paragonabile a quello che poi in india ha trovato nello yoga di Patanjali la sua codificazione più nota.

In epoca medievale, in india, Patanjali codificò, nei yogasutra, sistematizzando in scuola, un complesso di tradizioni orali che sono patrimonio di tutte le scuole Filosofiche dell'antica India e la cui radice sembra affondi nel sostrato pre-ario. Lo yoga, come sistema codificato di Arte delle tecniche dell'estasi, non fa che riassumere una serie di pratiche che sono presenti in tutti i movimenti religiosi indiani, nell'ortodossia brahmanica e nei sistemi non ortodossi come il buddhismo o il jainismo e in tutto il variegato mondo delle sopravvivenze di culti autoctoni dell'india, che schiacciati dall'invasione aria, seppero, tramite esse, sedurre l'anima del vate vedico e celebrare la coniunctio fra riti della fertilità di una religiosità estatica di tipo matriarcale e una spiritualità maschia e guerriera di nomadi dediti alla pastorizia. In occidente sono rintracciabili tutta una serie pratiche che presentano sorprendenti analogie e, a volte, identità con lo yoga. In occidente è possibile rintracciare pratiche di tipo meditativo ed estatico in un vasto complesso cultuale che affonda le sue radici in una religiosità relata a una coppia Dea Sposo che sopravvive in abito pagano e poi si innesta nel cristianesimo fino a quando le persecuzioni dell’inquisizione hanno da un lato estirpato questa religiosità che risaliva alla preistoria e dall’altro impresso un cliché satanico su essa. Tracce di questa antica sapienza cristallizzata in ricettario si trova nel Corpus Hermeticum, negli scritti di Platone, soprattutto nel Simposio, in Plotino e nella innumere schiera dei suoi discepoli, in un famoso documento attribuito al Campanella «La pratica dell’estasi filosofia». Nella «Teosofia Pratica» del Gicthel si trova l’eco di una tradizione sui centri sottili ormai non più vivente. Nella tradizione dell’esichia esiste poi un filone contemplativo che affonda nella Gnosi egizia e che tramite la chiesa greca ortodossa è giunta fino ai giorni nostri da cui è possibile rilevare dei frammenti di questa sapienza spicciola e pratica largamente smarrita. Eco di questa sapienza relata all’esichia può essere rinvenuta negli scritti di un polemista, Barlam Calabro, che dopo essersi avvicinato alle tecniche contemplative dell’esichia poi ne critico aspramente i metodi.

Di quella che doveva essere una ricchissima varietà di metodologie di tipo sciamanico non resta ormai quasi più traccia. La buona novella cristiana è stata infausta per tutte le forme di religio che erano ad essa estrane. Il ferro e il fuoco del braccio della Chiesa romana si è abbattuto su loro e ha provveduto a sterilizzare tutte le diversità di esperienza del sacro sia che fossero ad essa estranee, come la ritualità e la religio pagana, sia che fossero forme di religiosità cristiana ma non conformi al modello ufficiale di cristianesimo che, con successo, si stava imponendo all’occidente. Le chiese cristiane non romane fecero anch’esse la loro parte per estirpare queste diversità cultuali. Irrimediabilmente perse sono le esperienze estatiche delle Tiasi delle baccanti che conosciamo solo ormai dai monumenti letterari o dalla comparazione di pratiche simili sopravvissute nel candoble o nel voodù o in alcune congregazioni islamiche femminili o nei sufi e i dervisci.

La buona novella cristiana quindi ci ha privati di una sapienza concreta, spicciola, di metodi che poggiando sull’aspetto psicofisico dell’uomo “induceva” a stati “alterati” di coscienza, per usare una nota formula espressiva. Quello che non hanno distrutto le Chiese cristiane è stato poi spazzato via dalle filosofie positiviste e storiciste di tipo scientista che hanno imperversato, persino nell’ambito della stessa Chiesa cattolica nell’ultimo secolo. Benché, comunque, la Chiesa abbia tentato di estirpare le diversità di religio si sono verificate delle commistioni con l’antica sapienza e, anche nella chiesa, esisteva ed esiste un filone sotterraneo che rifuggendo dalla violenza e dalla sopraffazione ha sempre mirato alla contemplazione di Dio in spirito e verità. La filosofia positivista e storicista ha inferto duri colpi anche a questa tradizione interna della Chiesa riducendo vieppiù i suoi spazi. È solo da pochissimo, qualche decennio, che alcuni semi piantati nell’anima dell’occidente proprio nei secoli più bui dello strapotere e sopraffazione scientista hanno dato qualche frutto e si assiste a una normalizzazione degli equilibri fra sapienza, scienza e religione. Sta risorgendo cioè la figura del sapiente antico che sintetizzava in sé la sapienza dei reami che trascendono la sfera della materia grossolana e la scienza delle cose concrete.

Fatto sta che, attualmente, si ha, alla fin fine, necessità di mutuare qualche aspetto dello yoga in quanto sebbene, dal punto di vista dottrinale, l’antica sapienza sia sopravvissuta gli aspetti più immediati e pratici sono in gran parte mutili. Benché il mito e la dottrina orfica ci fan comprendere cosa sia la discesa agli inferi o katabasis poi il “come” realizzarla non ci è giunto. Questo perché gran parte delle cosiddette tecniche vengono apprese mediante l’emulazione, l’immersione in un certo contesto.

La cosa è molto più grave di quel che possa sembrare a prima vista in quanto tutte le metodologie psicofisiche mirano alla fine se non alla c.d. liberazione a una «sorte migliore» dell’anima nel post mortem. Occorre altresì dire che noi adesso siamo abituati ad associare la «meditazione» a forme composte e stati pacifici della mente che mutuiamo direttamente dallo yoga o dalla tradizione contemplativa cristiana, ma abbiamo perso quell’aspetto danzante e invasivo tipico del profetismo o del bacchismo o l’espansione, psichedelica, immediata e violenta, che una ricca farmacopea di tipo stregonico provoca impattando sull’organismo corporeo.

Ragion per cui il discorso che si farà nel proseguio è fatto principalmente dalla prospettiva «realizzativa» cioè della reintegrazione della coscienza dispersa e frammentata nella Sorgente della Vita della vita da cui peraltro non ci si è mai scissi.

Narciso innamorandosi della sua immagine riflessa nel lago della materia semplicemente si dimentica della sua reale natura e benché perso a sé stesso da un affascinante legame con ciò che è irreale, una semplice immagine evanescente di sé stesso, mai muta di natura.

MEDITAZIONE CON SEME E SENZA SEME

Si parla di meditazione con seme e di meditazione senza seme, ovvero di meditazione saguna e nirguna, con e senza attributi.

Dal punto di vista empirico possiamo dire che c'è una meditazione che punta direttamente al Signore inqualificato del cosmo, l'Assoluto, il Nirguna Brahman, potremmo dire il Padre nella tradizione cristiana, e una meditazione che punta a svelare una qualità energetica del Saguna Brahman, del Figlio o Logos.

Una meditazione che vuole essere un progressivo abbandono di tutte le qualità formali e manifeste e una meditazione che poggia su una qualità vibrazionale manifesta.

Comunque sia, in ambedue le forme di meditazione, tappa obbligata è l'interruzione del dialogo interiore o pappagallo interiore.

Meditazione vuol dire progressivo rallentamento di ogni movimento della mente, di ogni forma-pensiero e qualità che le permeano. La meditazione è uno stato di silenzioso esistere. Questo perché tutte le costituenti dell'uomo nel progressivo rallentamento si ritraggono nel corpo causale e la dinamica soggetto-mezzi-oggetto di conoscenza si riassorbe e si sintetizza nella coscienza che è la natura vera del veggente. Diremo di più la coscienza è tutt'uno con la VERITA'. La meditazione è quindi una serie di accorgimenti esistenziali che aiutano il Veggente a scoprire la Verità ovvero la sua reale spirituale natura. La scoperta di questa Verità o nostra Reale natura non solo ci rende liberi, in quanto presuppone la soluzione di tutte le cristallizzazioni subcosncie. Non solo Essendo la Verità, o Spirito, Atma secondo la tradizione vedica, consustanziale all'Ananda (Beatitudine) e Sat (Essere) , speriementare, svelare la nostra reale natura è svelare la Gioia-Amorosa di Essere colui che è. A differenza della conoscenza razionale che è conoscenza di forme-pensiero che non sono compiute in sé ma che derivano il loro grado di verità da altre forme pensiero e quindi rimandano a una catena di causa-effetto di cui non vediamo l'origine e nè la fine la conoscenza della propria reale natura è compiutezza e non abbisogna di nessuna cosa di estranea a sé stessa. Nella conoscenza razionale, la conoscenza dei concetti, c'è una continua acquisizione che non può mai portare a una verità ma solo a un continuo mutamento, la conoscenza razionale è di per sé frustante perchè se cerchiamo la Verità essa non può mai raggiungerla. La conoscenza di tipo noetico che la meditazione porta a svelare è un immergersi nella Verità, un trasmutarsi in essa. Si ha quindi un conseguimento della Verità.


IL POSTO

Di regola il posto non è importante basta che si possa stare in pace. Un sottoscala, una cantina, una stanza d'appartamento, una chiesa, un eremo sono tutti luoghi adatti. Sicuramente la natura una bella spiaggia, un boschetto, un bel lago una cima di collina o montagna hanno qualcosa che induce al raccoglimento e al silenzio. Comunque l'importante è un posto dove per qualche tempo si possa permanere senza essere disturbati. L'ideale se si deve meditare al chiuso è una stanza dove sia possibile ospitare un angolo Sacro. Un tappeto con dei cuscini, un piccolo altare un leggio, una campanella dal suono armonioso, un brucia incenso e magari qualche semplice strumento musicale come un tamburo. L'esistenza di un luogo sacro dove rifugiarsi per silenziare la mente e porsi in ascolto non deve essere sottovalutato. La costante meditazione in un luogo crea un'aura sacra. Quando apriamo la porta e ci accostiamo al tappeto su cui facciamo attenzione a non salirci con le scarpe già ci porta a un atteggiamento di silenziosa adorazione alla Verità. Il tappeto è il pavimento del nostro tempio, sul quel pavimento sacro è bene per rispetto non calpestarlo con le scarpe, come disse il Signore a Mosè quando si accostò al roveto ardente. Sull'altare qualche icona e/o statuetta completano l'arredo. Dei fiori in poca acqua ci stanno anche bene.

LA LITURGIA ESTERIORE

La meditazione non è una ginnica psicofisica, non è una terapia psicologica, ma essenzialmente un atto di ascolto, di azione nell'inazione. La meditazione non è mai uguale a sé stessa perché la vita non è mai uguale a sé stessa. Di fronte al mare in burrasca con il vento che soffia forte e il vapore dell'acqua marina che le onde che si frantumano sulla spiaggia spande nell'aree il semplice sedersi e permanere in silenzio può essere adeguato. Anche di fronte a un sole nascente e ai trilli e squittii della natura che si risveglia il semplice silenzio è adeguato. Se vogliamo complicare le cose ... soprattutto nel tempio una volta seduti e acceso un incenso dopo aver respirato il profumo dell'essenza che si spande nell'aria tre squilli di campana, bellissime quelle che si usano all'offertorio in chiesa, e una pausa silenziosa tre possenti e vibranti Om possono essere adeguati per aprire il canto del gayatri mantra e altri mantra classici tratti dalle Upanishad


IL CORPO

In oriente alcune cose che noi apprendiamo con fatica fanno parte o facevano parte della vita quotidiana. Il tempio nei suoi arredi sacri mostra divinità ed asceti assorti in meditazione, mostrano degli archetipi di uomini in estasi (samadhi) nelle pose classiche della meditazione. Girando per le vie è possibile vedere una folla di sadhu che si esibiscono, a volte per vero e proprio commercio, in quegli atteggiamenti corporei che conosciamo come asana. Se la meditazione è un progressivo rallentamento e semplificazione delle attività psicofisiche affinché, chetato il turbinio della vita di relazione ed interiore, emerga la parte più Vera di noi occorre partire dal corpo.


In india alcune pose sono dei comuni modi di sedere, noi siamo abituati a sedere sulla sedia o su divani ecc. in India ci si sedeva per terra e lo stare seduti a terra su un piccolo rialzo per poggiare il sedere e a gambe incrociate era così naturale come per noi stare sulla sedia.

Se noi osserviamo il corpo vediamo che esso si adegua al flusso psichico. Quando una grande concentrazione è in atto i movimenti esteriori sono ridotti ed esso resta quasi immoto, il ritmo del respiro anche si adegua alla tensione della mente concentrata su un oggetto non importa se interno o esterno. Durante la preghiera anche possiamo notare come esso assume una posa iconografica di raccoglimento. Gli occhi socchiusi, bassi le braccia conserte, le mani giunte, a volte un moto spontaneo di inginocchiarsi sorge.

La tecnica della giusta posizione non fa che indicare l'aspetto esteriore sensibilmente percepibile di un sigillo energetico interiore. L'assumere quella posizione meditativa non è altro che il tentativo di evocare un corrispondente atteggiamento interiore.

La posa classica da meditazione è l'asana siddha ovvero la posa dei perfetti. In questa posizione, si può stare comodi fino a un'ora poi le ginocchia iniziano a dare segni di fastidio e i muscoli della gamba si addormentano. Se le circostanze inducono a ritenere che la meditazione può superare l'ora si può iniziare in siddhasana e prima dell'insorgenza dei sintomi di fastidio molto lentamente si assume la posizione semplice a gambe incrociate oppure si parte direttamente a gambe incrociate. Superato l'ora e mezza comunque è la schiena che dà segni di stanchezza. Se le circostanze sembrano indicare che la meditazione abbia una durata che sfiori e superi le due ore la migliore posizione è a gambe incrociate e con la schiena appoggiata a un muro. In questa posizione si possono sfiorare le tre ore di meditazione continua.

Occorre fare anche attenzione alle condizioni in cui si abbandona il corpo. D'estate non ci sono particolari indicazioni se non quello di evitare un luogo troppo assolato. Quindi se si fa meditazione all'aperto è opportuno conoscere il luogo e fare attenzione a come si spostano le ombre per evitare di rimanere esposti in pieno sole. D'inverno invece il contrario bisogna fare attenzione a rimanere esposti al sole. Questo perché generalmente durante la meditazione silenziosa si realizza una specie di anestesia percettiva e anche in presenza di temperature rigide non si percepisce il freddo, come il caldo intenso e si può esporre il corpo a dei danni per averlo esposto a forti stimoli atmosferiche. D'inverno, all'aperto se il tempo è scuro e piovigginoso o nebbioso l'ideale è porsi a ridosso di un muro con uno spiovente di qualche decina di centimetri sulla testa ben avvolti in una coperta robusta di tipo militare. Se il tempo è proprio bruto e ci sono spruzzi d'acqua è bene coprirsi con la coperta anche la testa. Ragion per cui la coperta deve essere bella grande altrimenti o ci si copre la testa e si lasciano le gambe scoperte e viceversa.


LA LITURGIA INTERIORE

Tutte le concessioni all’aspetto rituale devono alla fine cedere con il contenuto animico che vififica l’icona corporea. Occorre cioè che l’atteggiamento corporeo che è segno di ascolto verso la nota fondamentale del cosmo sia pervaso da un corrispondente atteggiamento interiore.

Fra il permanere nel silente stato di quiete della sostanza psichica e lo stato di naturale irrequietezza della stessa c’è un lungo e profondo processo di trasmutazione delle abitudini mentali. Il primo passo è l’interruzione del dialogo interiore.

In effetti per non pensare in fondo basta non farlo, cioè dovrebbe bastare smettere di pensare. Ma la semplicità di questo atto si scontra con l’inveterata abitudine di lasciare che la mente secerna pensieri. Appena poi si prova a smettere di pensare ci si accorge che esiste un pensare imputabile al centro mercuriale, all’io, e una sorta di brusio interiore che come rumore di fondo permea la spazialità psichica. Far cessare la prima forma di pensare è facile ma silenziare la folla tumultuosa del brusio, della vox legionis, non è semplice e occorre grande pazienza e perseveranza.

Una tecnica diretta e immediatamente efficace è quella descritta da Don Juan. Camminare per qualche chilometro con lo sguardo leggermente in alto senza mettere a fuoco nulla si ha una specie di visione di 180 gradi che non impedisce di seguire la propria strada le mani devono essere distese e le dita leggermente contratte.

Questa "tecnica" ... è così potente, che se si è costanti, alla fine si diventa riluttanti a riprendere a pensare, si fa una certa fatica, per riprendere a pensare... c'è una reale e totale interruzione delle due forme di pensiero e la mente diventa trasparente. Questo non significa non essere consapevole ... anzi si verifica una curiosa amplificazione percettiva ... soprattutto del suono. Se non si interrompe il pensiero non si conosce cosa sia veramente ascoltare. Le prime volte come iniziavo la pratica erano proprio i suoni che mi colpivano di più. Anche la visione per il fatto che non si mette a fuoco lo sguardo su nulla muta di qualità. Noi prestiamo attenzione solo a parte di quel che vediamo in quel modo si presta attenzione a tutto il veduto.



IL RICETTARIO


1. LA POSIZIONE DEL CADAVERE


Mi inchino al Signore primevo, dal quale venne insegnata la scienza
dello hatha yoga, che appare come una scala a colui ch'è
bramoso di ascendere all'eccelso rajayoga.

Gheranda Samhita



Mi ricordo una sera, in cui nella tremolante penombra della cappella all'eremo, il mio vecchio guru mi fece stendere a terra sul tappeto della cappella e atteggiato a morto, con le mani giunte sul petto simulare il rigors mortis. In apnea, rigido come un baccalà, un'amico mi prese dalle caviglie e lui mi pose le palme sotto la nuca e sollevarono il mio corpo in alto. Poi lo trasportarono per qualche metro e lo deposero per terra. Mentre sollevavano e trasportavano il mio corpo, mi interrogai su chi fossi in realtà. Sono forse questo corpo perituro che presto sarà divorato dai vermi? Sono questa mente che continua a secernere pensieri e le cui forme immagini sono destinate ad obliarsi? No sono Shiva, sono intelligenza pura e beatitudine assoluta. Shivoham, Shivoham.

Questa variante dello shavasana o posizione del cadavere, del morto, ricordava l'esperienza di illuminazione di uno dei più grandi santi dell'india moderna Ramana maharshi ( grande rishi). Verso i sedici anni egli fu preso da una certezza stava per morire e la sua reazione fu di correre nella sua camera e stendersi a letto. Si irrigidì, proprio nella posizione funeraria, e lì la sua esperienza di morte culminò nell'illuminazione.

«Fu all’incirca sei settimane prima di lasciare per sempre Madura che avvenne il grande cambiamento nella mia vita. Fu all’improvviso. Sedevo tutto solo in una camera al primo piano della casa di mio zio. Era raro che mi ammalassi, e quel giorno la mia salute era perfetta, ma all’improvviso fui colto da una violenta paura della morte. Non c’era nulla nel mio stato di salute che potesse giustificarla, e non cercai di spiegarla né di scoprire se ce ne fosse un qualche motivo. Sentì solo: “ Sto per morire” e cominciai a pensare al da farsi. Non mi venne in mente di consultare un dottore o i miei familiari o i miei amici; sentì che dovevo risolvere il problema da me, e subito.
Lo shock della paura della morte spinse la mia mente verso l’interno e dissi fra me, senza formulare effettivamente le parole: “Ecco è venuta la morte; ma cosa significa? Che cos’è che sta morendo? Il corpo muore”. E subito rappresentai la scena della mia morte. Mi adagiai con le membra rigidamente stese, come se fosse cominciato il rigor mortis, e imitai un cadavere per dare maggiore consistenza alla ricerca. Trattenni il respiro e tenni le labbra serrate, perché non potesse sfuggirne alcun suono, perché non potesse essere pronunciata né la parola “io” né alcun’altra parola. “ Bene “, dissi fra me, “questo corpo è morto. Sarà portato al campo crematorio e là bruciato e ridotto in cenere. Ma con la morte di questo corpo io sono morto? Il corpo è io? È silenzioso e inerte, ma io sento tutta la forza della mia personalità e perfino la voce di quell’”io” dentro di me, indipendentemente da esso. Così, io sono lo Spirito che trascende il corpo. Il corpo muore, ma lo Spirito che lo trascende non può essere toccato dalla morte. Ciò significa che io sono lo Spirito immortale “. Tutto questo non era uno smorto pensiero; lampeggiava vivido in me come viva verità che percepivo direttamente, quasi al di là del processo di pensiero. “Io” era qualcosa di molto reale , la sola cosa reale in quel mio stato, e tutta l’attività conscia associata al mio corpo era incentrata in quell’”io”. Da quel momento in poi l’”io” o Sé concentrò l’attenzione su sé stesso in maniera potente e affascinante. La paura della morte era svanita una volta per tutte. Da allora in poi l’assorbimento nel Sé continuò ininterrottamente (pag. 9 Ramana Maharshi Gli insegnamenti Astrolabio 1976».

Una illuminazione che non voluta, non cercata, non si oscurò più. Da allora il vecchio Venkaratam cesso di esistere e il nuovo, qualche giorno dopo, abbandonò la casa paterna e si recò, attratto come il ferro da una calamita, ai piedi di uno dei luoghi più santi dell'India Arunachala.

Shavasana è da paragonarsi a una delle asana (posizioni) più semplici e meno problematiche da assumere. I yoga sutra di Patanjali dicono che asana è ciò che è saldo e stabile. Ma che le asana dell'hata yoga siano salde e stabili è cosa che si può dire solo dopo anni di pratica, inoltre la saldezza e la stabilità sono da commisurarsi al tempo di assunzione delle stesse. Diciamo che le asana sono suscettibili, alla lunga, di diventare salde e stabili.

Bisogna dirimere due questioni. Una è quello dell'aspetto ginnico. L'hata yoga non è una ginnastica, ma un modo di approccio alla sorgente dell'essere partendo proprio dall'estrema periferia del cosmo vita. Ragion per cui la dinamica delle posizioni è una liturgia meditativa. E deve essere vissuta con lo stesso raccoglimento e atteggiamento con cui si prega. Per quanto l'aspetto esteriore delle asana sia importante e non è da trascurarsi, la corretta esecuzione della forma è meno importante della calma, maestosa e placida, con cui la si vive. Così come non ci si metterebbe a competere in un tempio su chi prega esteriormente bene o meglio e non ci si metterebbe a competere su chi prega di più o di meno così è per la pratica singola o collettiva dello Hata yoga.

La seconda questione riguarda l'esteriorità. L'Hata yoga non è una forma di yoga basato sul corpo fisico ma semmai fra lo spazio, interiore, che c'è fra Colui che osserva e il velo del corpo fisico, ovvero il corpo sottile, che non percepiamo colle finestre di senso ma con l'organo interno.

Occorre ricordare pure che la pratica delle posizioni dinamiche vien detto «apparecchiare la tavola per il commensale» e chiudere una sessione di hata yoga senza la meditazione silenziosa è «andarsene dal desco senza mangiare».

L'Hatayoga pradipitaka, uno dei classici di questo genere di letteratura, si apre dando delle indicazioni sul luogo dove meditare. Nel descrivere il Kutir in cui l'asceta deve risiedere, le circostanze relative al cibo e all'acqua si vede che privilegia la via di mezzo.

L'asana shava fin dal nome suggerisce che le posizioni dello yoga sono, in fondo, icone di archetipi Dice la Gheranda Samhita (Cap. II verso 1) Le posture, in complesso, sono numerose come le specie viventi; ottomilioniquattrocentomila sono state esposta da Shiva.

La shava potrebbe essere l'inizio si una sessione di hatha yoga che procedendo alternando vuoti (movimenti per eseguire i quali occorre svuotare i polmoni) e pieni si conclude con la posizione dei perfetti, dei siddha, la siddhasana.

La shava asana è la posizione naturale di chi si riposa con la pancia in su e come tale non è affatto difficile da assumere, ovviamente ciò non vale per chi dorme con la pancia in giù che la può trovare scomoda. Inoltre quando noi dormiamo ci portiamo dietro tutto il nostro squilibrio energetico. Lo stare semplicemente straiati immobili, rilassati e silenti può essere estremamente difficile per alcuni.

Fra le infinite cose che si potrebbero dire è che è una posizione adatta a fare meditazione e, se si sta su un letto ad occhi chiusi e nella posizione indicata, chi vi vede pensa che stiate semplicemente dormendo. Proprio per questo, ogni volta che si va a letto, può essere usata per prepararsi al sonno mediante le pratiche di rilassamento che ad essa sono in genere associate. In ambito buddista per questo scopo si preferisce la posizione del leone. Esiste una ricca iconografia di statue del Buddha dormiente straiato su un fianco con la testa poggiata su un palmo e l’altra mano distesa lungo il fianco che resta in alto. Alcune di queste statue sono gigantesche.

Dal punto di vista dell'esoterismo italiano degli anni venti è interessante far notare che a pag 274 del volume primo di «Introduzione alla magia del gruppo di UR» c'è un articolo di Arvo intitolato «il pensiero cosciente- il rilassamento il silenzio». Introduzione alla magia risale agli anni venti. Arvo afferma che quel che dice lo riprende da movimento del «Newgeist», quindi abbiamo, benchè non si facci menzione di una posizione particolare, le pratiche di rilassamento corporeo hanno anche nell'esoterismo italiano un'antica tradizione. Scrive Arvo:«Abraxa ha richiamato l'attenzione sul fatto che nelle operazioni magiche deve essere escluso tutto ciò che è sforzo, e così pure ogni resistenza o reazione da parte del corpo. Ciò vuol dire: bisogna imparare, anzituto, la facoltà del rilassamento (detente, entspannung) (op. cit. p. 277)».


Una volta che ci si è straiati a pancia in su, su una superficie comoda, non necessariamente un letto, con le gambe leggermente divaricate e le mani stese poco distanti dai fianchi, ad occhi chiusi ma non serrati, se si porta la propria attenzione sul corpo fisico, scopriamo come esso è teso e contratto. Tutta la nostra storia personale, tutte le interiori tensioni, le preoccupazioni, i pensieri, la gioia, l'euforia sembrano concorrere a contrarre ogni muscolo del nostro corpo.

Il nostro compito è quello di sciogliere questa tensione immagazzinata nei muscoli col tocco della nostra attenzione. E' anche il primo passo verso la conoscenza di noi stessi, dal punto di vista interiore. E' il primo passo verso la discriminazione fra ciò che in realtà siamo e ciò che è un semplice oggetto di osservazione.

Le tecniche di approccio possono essere molteplici. Un primo approccio possibile, dopo aver chiuso gli occhi, è quello di parlare mentalmente.

«dalla punta dei piedi, fino alla cima dei capelli», e mentre lo si dice lentamente si scorre, si pennella, con l'attenzione interiore dal di dentro il corpo dalla punta dei piedi fino ai capelli,« ogni cosa è calma e pace». E magari lo si ripete un paio di volte.

Poi si può partire dalle dita dei piedi, oppure dalla testa.

Partiamo dalla testa e si pennella il cervello. Si dice, mentalmente, «il mio cervello ( la sede del sistema nervoso centrale) è calmo e tranquillo, perfettamente rilassato», volendo essere pittoreschi si può poi dire «la parte «acquosa» in cui il cervello è immerso e permeato è calma e rilassata, ogni singolo neurone anela alla pace e alla calma». Poi si passa col pennello dell'attenzione sul cervelletto (ovvero la sede del sistema nervoso vegetativo, quello che presiede alle cd. funzioni subconscie) e si ripete la «calma pace e tranquillità rilassano questo organo del mio corpo ...» dal cervelletto si scende e si pennella la spina dorsale con molta calma e tranquillità, e dove dobbiamo andare? abbiamo un appuntamento con la nostra interiorità, ci siamo presi una pausa per amarci un pò, per farci un pò di bene, e si ripete anello, dopo anello «calma, pace, tranquillità». Infine il raggio del pennello si apre in ogni dove del corpo, lentamente, partendo dalla spina dorsale e seguendo, idealmente, la miriade di nadi che dalla spina dorsale si innerva per ogni parte del corpo, sempre ripetendo calma, pace e tranquillità.

Occorre fare una serie di osservazioni. Una prima serie di osservazione è che stiamo facendo autoipnosi ... e qui il discorso sarebbe lungo, per quanto le mie esperienze di ipnosi rislagono ormai a venti anni fa, questa pratica, in un certo senso, fa acquisire quel quid che poi quando guardi negli occhi una persona e gli dici, facendo qualche gesto nell'aria vicino al suo sguardo, il fatidico ” a me gli occhi”, “ ascolta la mia voce, adesso stai per addormentarti, un gran sonno ti sta assalendo ecc. ecc.. “ che la fa cadere in trance. Quid che aumenta con la pratica e che se ne va con la desuetudine. Dall'altro lato è che il rilassamento non è conseguenziale, le prime volte, alla pratica. Man mano che l'esperienza si ripete accade un leggero mutamento, innanzi tutto si inizia a sentire la tensione, e già è un buon progresso, poi, dopo un pò accade il miracolo e passando il pennello dell'attenzione, la scala verso la nostra reale natura, la tensione sparisce. Occorre qualche settimana perché la pratica diventi perfetta.

Dopo questa fase di rilassamento del “sistema nervoso, centrale e periferico” si passa alle fascie muscolari vere e proprie e agli organi interni. La parte più difficile è il volto. Possiamo concentrarci su un occhio, pennellarlo con l'attenzione, e sentire la sua tensione, poi, con la parola o, quando si è progrediti, con la semplice attenzione, rilassarlo. Si passa all'altro occhio,” calma, pace, tranquillità” , Le orecchie, la fronte, il cuoio capelluto, le labbra, soffermandosi più volte, il naso, l'interno del naso, l'interno della bocca, la lingua, i denti. Sempre dicendo “ogni tensione sparisce come la neve al sole, calma, pace, e tranquillità”.

Non so se ci arrivate a questo punto o se già da gran pezza siete sprofondati fra le braccia di Orfeo.

Al mio guru ogni tanto regalano delle conchiglie. Ha una conchiglia grande poco più di un pugno e graziosa, soffiandoci dentro ne viene fuori un suono potente e maestoso. Tempo fa gli hanno fatto dono di una conchiglia esagerata. Qualcosa di veramente enorme, suonandola ne scaturisce un muggito che risuona per tutta la vallata. Ho subito provato a suonarla e devo dire che dopo vari tentativi infruttuosi alla fine, non so come, sono riuscito a trarre un suono potente e forte. Mentre provavo a suonarla mi veniva in mente la Ghita quando dice, nel primo capitolo, al verso 14 ”Allora Madhava e il figlio di Pandu, rimanendo ritti sul gran carro, tirato da bianchi cavalli, suonarono le conche lor divine”. Poco dopo questi tentativi di apprendere a suonarla, all'aperto, mentre ci accingevamo a fare meditazione, mi ha detto “ Sei proprio basso, sicuro che non vuoi qualche altro cuscino? La postura è importante lo sai, il corpo deve rilassarsi”.

In effetti nella Ghita, nel capitolo sesto, intitolato appunto Dhyana yoga, vien detto:

(11) Dopo aver fatto mettere in un posto pulito il suo solito seggio, non troppo elevato né troppo basso, coperto di erba, di una pelle d'antilope, di una veste, una cosa sull'altra,
(12) allora, messosi sul seggio, fissando la mente su un unico punto, avendo messo sotto controllo le attività del pensiero e dei sensi, che egli pratichi lo Yoga per la purificazione del sé.

Il seguito dell'esercizio di rilassamento è intuitivo che continui portando l'attenzione su ogni zona del corpo, polmoni e organi interni compresi. Eravamo rimasti nel rilassare il volto. Poi l'attenzione può spostarsi alle spalle, alle fasce muscolari del petto, alle braccia, agli avambracci e una per una le dita della mano. Si porta l'attenzione sui polmoni e li si rilassa. Poi sull'addome e sugli organi interni e li si rilassa. I genitali, la parte superiore delle gambe, la parte inferiore delle gambe i piedi e una per una le dita dei piedi. Mentre il pennello dell'attenzione, la scala che ciconsente di risalire alla sorgente originaria dell'Essere, si sposta da un punto all'altro del corpo si può continuare a ripetere calma, pace, tranquillità o altre amenità del genere. Se si desidera si può usare la parola sanscrita Shanti che equivale alla nostra pace o la parola ebraica shalom.

Durante le proiezioni astrali, è esperienza comune, se si fissa la propria attenzione su un particolare questo muta di forma, si trasforma. La dottrina dice che la creazione del cosmo vien fatta da un principio Spirituale, dalla coscienza cosmica, che insemina la sostanza cosmogonica. Questa inseminazione nella Qabbalah vien vista sotto un duplice aspetto. mediante la contemplazione della Torah celeste, ovvero mediante il suono. Lasciando da parte adesso le complicazioni dottrinali possiamo dire che questa pratica, per quanto possa sembrare banale, racchiude in sé un riflesso di questo processo creativo. La nostra attenzione è un Fuoco che stimola la sostanza corporea a reagire secondo un “informazione”. La parola, mantrica, direziona la sostanza corporea a reagire alla potenza solare dell'attenzione secondo una ben precisa modalità. Essendo poi la corporeità l'aspetto “inferiore” della sinergia psicosomatica l'effetto immediato è si quello di placare e rilassare le irrequietezze corporee ma nel contempo per legge di risonanza armonica, plachiamo la mente.

Dice il Patriarca Callisto :

1. Se vuoi imparare la verità, prendi ad esempio il citaredo. Egli infatti inclina la testa applicando l'orecchio al canto e fa girare il plettro con la mano. E mentre le corde vibrano insieme con l'arte, la cetra emette la melodia e il citaredo palpita per la dolcezza della melodia.

2. Per la cetra intendi il cuore, o caro; per le corde i sensi; per plettro, la mente che mediante il razionale muove continuamente il plettro che è il ricordo di Dio, dal quale proviene all'anima un ineffabile diletto e che vede come in uno specchio nell'intelletto puro i raggi divini.

Potremmo anche al posto di usare parole come pace, shanti o shalom ripetere Gesù, o Om, Gesù o l'Om sono identici. C'è una storiella che racconta Grillot de Givry nel “Tesoro delle scienze Occulte”. Narra di come in un sabba particolarmente riuscito una vecchia strega esclamò, vedendo l'immane orgia che si era scatenata, “ Cristo quanta gente” al che la potenza del Nome dissolse ogni presenza infera e tutti sparirono.

Volendo, alla fine del rilassamento, si può portare l'attenzione nel cuore e ascoltando il battito cardiaco cantare al suono del tamburo del cuore “Gesù, Gesù”, oppure, “Om, Om”.

Come si vede siamo partiti da una pratica adatta a ogni persona, basata sul semplice rilassamento psicofisico, una pratica di ristoro energetico, e siamo pian, piano trapassati in una pratica meditativa di tipo mantrico, devozionale, e si è iniziato a dire di spostare la mente nel cuore, cioè il più importante centro. Quello che vien detto ” camera segreta del cuore”, la Gua o “caverna del cuore”, il luogo-non-luogo che è la sede del sé.

Il Viveka Cuda Mani di Shankara dice “ medita sull'Atman che risiede nel tuo cuore”. La Brihadaraniaka upanishad, se ben ricordo, dice “Quel sé che risiede nel tuo cuore è più piccolo di un grano di miglio, di un grano di sesamo, quello stesso sé che risiede nel tuo cuore è più grande del cielo è più grande di tutti i mondi”.

Il Cuore come centro più ascoso e interiore dell'uomo è la sede dello spirito e nel cuore avviene quel misterioso passaggio che vede lo spirito dell'uomo sciogliersi come chicco di grandine nell'Oceano Infinito dell'Essere.

Ecco dunque che Shavasana, che può essere realizzata su un letto o su una poltrona bella comoda, diventa una meditazione completa.

Anche in un ambiente ostile si può sempre dire “sono stanco vado a riposarmi un pò” mettersi su un letto, su una poltrona comoda, chiudendo gli occhi, calare la propria mente nel cuore e celebrare una liturgia interiore, approcciarsi al luogo più ascoso e misterioso del creato, il proprio cuore spirituale.

Shavasana quindi è un piccolo laboratorio in cui è possibile sperimenatre direttamente la chimica interiore.

La shavasana è la posizione più semplice che si possa assumere fra le asana adatte alla meditazione. Le posizioni adatte alla meditazione sono essenzialmente la siddha, la padma, la vajra, la semplice e appunto la shavasana. Non è che non sia possibile meditare facendo le altre posizioni dello hatha yoga, tutt'altro, anzi l'ideale della meditazione è quando questa diventa uno stato naturale della mente, uno stato di spontanea osservazione. La meditazione dovrebbe essere uno stato coscienziale da assumere, senza assumere, cioè dovrebbe essere qualcosa di estremamente naturale, perenne.

Si può fare meditazione ovunque e in qualsiasi situazione, per esempio guidando la macchina per andare al lavoro. Io tento di essere attento all'attimo presente a non guidare in modo automatico, subcosciente e a lasciare che la mente parta in quarta a fantasticare a proiettare aspettative, ad immaginare paure future, a rimembrare emozioni passate. Poi mi sorprendo a essere consapevole che la mente si è divagata in mille rivoli di pensiero e ricomincio.

Meditare in questo modo è come essere uno specchio trasparente che rimane sempre identico a sé stesso pur nel mutare delle immagini che si riflettono su esso.

Comunque la shavasana può essere assunta come inizio di una sadhana di hatha yoga. L'ideale è iniziare abbastanza lontano dai pasti, dopo aver soddisfatto eventuali esigenze fisiologiche andando a bagno, e dopo una doccia. Si dovrebbe indossare abiti confortevoli, meglio essere nudi se la temperatura lo consente, e abbastanza isolati dal terreno per evitare umidità o troppo fresco. Bellissimo è avere un luogo immerso nella natura. Bello anche un angolo di casa dedicato a tempio. L'ideale per me, è un bel tappeto grande, stile orientale, grande a sufficienza per starci straiati con qualche cuscino e in un lato della stanza un piccolo altare con qualche icona e statua, qualche libro sacro e, per chi sa, uno strumento musicale.

L'eremo dell'Armonia è sotto questo aspetto un luogo privilegiato in quanto tutto in esso sembra essere fatto per la meditazione. All'eremo ogni attività della giornata anche quelle apparentemente le più profane assumono una valenza pregnate e possono celare un aspetto meditativo. D'estate, quando andavo alla sorgente per riempire d'acqua i bidoncini, l'esile flusso impiegava anche venti minuti per riempirne uno di d'acqua. Mi accovacciavo sulle gambe e restavo ad osservare senza battere ciglio, nell'immobilità più completa, il rivo d'acqua che scorreva e mi immergevo nel più profondo silenzio.

Shavasana, dunque, lo ripetiamo, può essere l'inizio di una seduta di Hata yoga. Si accende un incenso, cercando di bilanciarlo con le capacità di aereazione della stanza, alcuni incensi hanno una fragranza molto intensa e in una piccola stanza possono dare dei seri fastidi se non ben ventilata, ci si straia e si inizia a rilassarsi. Dopo un pò ci si mette seduti per terra a gambe incrociate, nella posizione semplice, sempre con movimenti ritmati sul respiro e privi di sforzo e tensione, il respiro deve essere ascoltato. Dalla posizione semplice poi si può passare che so a un surya namaskar, o a un albero, di questo c'è ne occuperemo le prossime volte.

Non è necessario iniziare con la shavasana, si può, se lo yoga “violento” non interessa, mettersi direttamente seduto nella posizione semplice o nella siddhasana e iniziare a cantare l'Om per tre volte.

Ma oltre che come avvio per una seduta di yoga violento, lo shavasana può essere assunto appena ci si è sistemati a letto.

I Buddisti, lo ripetiamo, preferiscono, a questo scopo, assumere la posizione del leone che è quella in cui si vede raffigurato il buddha all'atto della sua morte, steso sul fianco e con una mano ripiegata e con il palmo sotto la testa e l'altra distesa sul fianco. Per agevolare la presa di consapevolezza della dimensione sottile, raccomandono, di addormentarsi visualizzando una “A” bianca nel centro del cuore ...

Mettersi a dormire e iniziare il rilasamento significa approcciarsi a un piccolo laboratorio sullo stato sottile. Le prime volte, ed è naturale che capiti, ci si addormenta. A volte, però, si hanno delle ripercussioni. Si esegue l'esercizio, si perde il filo e ci si addormenta. Però il filo tende a riannodarsi e ci si sveglia, ma, con una differenza, il filo ha tenuto desta la consapevolezza. Si è cioè varcata la soglia del sogno. Shavasana prima di andare a dormire può, anche una volta addormentati, lasciare desta la coscienza durante la fase ipnagogica e, allora, si assiste a una sorta di brusio psichico fatto di pensieri, di flash immagini di perdita della determinazione di completare l'esercizio e, poi, a un certo punto, il filo si riannoda e una ripercussione ci riporta nello stato di veglia. Sono piccole cose che ci abituano a tenere desta la consapevolezza, nell'aldilà. Andare a dormire non è più sprofondare nell'obblio ma, il sonno, si rischiara.

Se si riesce a completare shavasana nella sua fase di rilassamento muscolare, prima di addormentarsi, si apre allora la possibilità di rivolgersi a un aspetto più sottile, mentale.

Si può ritmizzare un mantra con l'intento di fargli attraversare la notte, anche questa è una “tecnica” per destare la nostra consapevolezza nella sfera sottile. Ci si ripropone di ritmizzare il mantra, di addormentarsi ritmizando il mantra e, poi, riprenderlo appena ci si sveglia. Questa pratica alla lunga può lanciare un freccia, con attaccato un filo di consapevolezza, che solca la notte. Il sonno non è uguale ma ha diverse fasi. Durante le fasi più leggere emerge la ritmizzazione del mantra che, per così dire, canta da solo e, benchè si sta dormendo, si è un pò più desti. Desti però non nello stato di veglia o grossolano, ma, nello stato sottile.

Tutto ciò perché ci si abitui a essere svegli mentalmente ma addormentati fisicamente. Lo so che è un paradosso. Durante lo shavasana prima di addormentarsi si può ritmizzare un intento.

Shavasana, fatta bene, porta a una completa astrazione dal corpo fisico. A un certo punto le funzioni biologiche sembrano assenti. In quel momento e nel silenzio della mente si può formulare un intento, si deposita un seme di “comportamento determinato”. Noi tendiamo a dimenticare, soprattutto le nostre avventure oiniriche. A volte ci capita un'occasione di proiezione spontanea e la drammaticità dell'evento ci sopraffà e, invece di utilizzare le funzioni superiori della psiche, ci si lascia sopraffare dalla funzioni vitali inferiori e si scappa. Ritmizzare una formuletta sonora, non so se avete presente la formuletta della congregazione delle Bene Gesserit del romanzo Dune, può, un pò per autoipnosi, quindi occhio a quel che vi mettete dentro, un pò come remember, come dire, far cogliere una chance, può farci cogliere il nostro centimetro cubo di fortuna. Sorgono le vibrazioni, ci si sveglia immobili e invece di farci sopraffare dall'istinto di conservazione, che di questo si tratta, l corpo lo sa che giochiamo con la morte, possiamo ricordare l'intento e avere quel briciolo di consapevolezza in più che ci consente di prendere al volo la nostra occasione fortunata e assecondare l'evento che ci si è presentato.

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