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La Visione di Castaneda

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La Visione di Castaneda

Messaggio Da Angelodiluce il Mar Lug 27, 2010 2:01 am

Le ultime ricerche volte a scoprire la natura delle particelle elementari costituenti la materia hanno appurato che i più piccoli componenti sinora percepiti sono dei «quanti» vibrazionali. Piccole «vibrazioni» di energia. L’intuizione di Einstein, ossia che la materia è in realtà una manifestazione di energia, è pienamente dimostrata. Tutto ciò è però ormai risaputo, quello che molti non conoscono, tuttavia, è che qualcuno affermava la stessa cosa già molti anni fa, forse addirittura millenni... Non è facile riunire a riassumere in poche righe la visione dell’universo degli sciamani dell’antico Messico, rivelata al mondo dall’incredibile opera di Carlos Castaneda. Mi rendo conto che il tutto potrà apparire eccessivamente «alieno» rispetto a qualsivoglia visione dell’universo. Per questo motivo comprendo perché Carlos Castaneda, nel discorso introduttivo ad una conferenza, esortò il pubblico a sospendere per un attimo il giudizio, e a provare anche solo con la fantasia, a pensare a cosa sarebbe cambiato in ciascuno di loro se quanto detto fosse stato vero. Nei primi anni ‘60, il giovane studente di antropologia si recò in Messico per effettuare una ricerca universitaria sull’uso di piante allucinogene nelle pratiche rituali sciamaniche. Erano gli anni di Timothy Leary, il «profeta» dell’acido lisergico. Il «caso» volle che il giovane Castaneda si imbattesse proprio in uno dei depositari di una tradizione antichissima, tramandata da secoli. Lo sciamano, che assunse il nome di Juan Matus, utilizzando una facoltà extrasensoriale sviluppata durante tutta la sua vita, «vide» in Castaneda un essere dalla configurazione energetica tale da poter diventare il depositario della tradizione. E da quel famoso incontro in una stazione degli autobus in Messico ebbe inizio l’esperienza castanediana.



La visione del mondo da parte degli sciamani del retaggio di Don Juan Matus era fondata non su presupposti ideologici di qualche tipo, ma sulla percezione e sperimentazione diretta di quanto descritto. L’universo è energia, un flusso ininterrotto di energia. Non ha mai avuto inizio, ma è passato, sta passando adesso, e passerà. La teoria secondo la quale l’universo ha avuto inizio, si espande per poi contrarsi nuovamente, ubbidisce alla sintassi umana comune, per cui un uomo nasce, vive per poi invecchiare e morire. Ma non è l’unica sintassi possibile. La fonte da cui tutto emana è un essere, ma per quanto infinito ed incommensurabile, non è pienamente autocosciente di sé, si evolve. Gli esseri viventi evolvono la loro coscienza ed esperienza vivendo e accumulando ricordi. La fonte si evolve assimilando in sé i ricordi e le esperienze di ogni essere vivente, all’atto della morte. La fonte viene percepita come un mare di fibre luminose ed energia, ed è infinita in ogni direzione (chiamato «oscuro mare della consapevolezza»). Ogni fibra luminosa è un ricordo, un attimo, una piccola percezione. Dalla fonte emanano continuamente delle piccole bolle, contenenti al loro interno una porzione di fibre luminose e di energia. Un nuovo essere è nato. Vivendo, ogni essere converte la parte di energia in fibre luminose, costruendo così nuovi ricordi. Quando un essere muore, la bolla si rompe, e le fibre luminose del suo essere ritornano alla fonte, disperdendosi come una goccia d’acqua nel mare. In questo modo la fonte si evolve, raggiungendo livelli di consapevolezza praticamente divini, ma in continuo divenire. La fonte veniva chiamata anche Aquila, dagli sciamani, perché a volte veniva percepita come un’entità titanica, con un punto molto più luminoso, in cui veniva «consumata» la coscienza di un essere vivente durante la morte. A loro ricordava il becco dell’aquila.



Come avviene la percezione? Dalla fonte non emanano solo le uova luminose, ma anche delle grosse fasce di energia. Dei flussi di energia che si estendono ovunque, in ogni direzione. All’interno delle uova luminose c’è un punto che risplende maggiormente, e si trova più o meno nella stessa posizione in tutti gli esseri umani, una trentina di centimetri alle spalle della scapola destra, circa quindici gradi più in alto. In quel punto si «assembla» la percezione del mondo. Per questo veniva chiamato «punto di unione» o «punto di assemblaggio». La percezione si ha quando il punto di unione allinea le fibre luminose delle grandi fasce di emanazione dell’Aquila. In quel punto particolare, l’energia si traduce in fibre luminose, facendo sì che nascano i ricordi di un essere umano. Il punto di unione è solitamente reso fisso dalla consuetudine, perché nessuno ci ha mai insegnato a spostarlo. E nessuno ci ha mai insegnato perché spostarlo. Un movimento del punto di unione «allinea» nuove fibre di energia, e si percepiscono cose differenti. Di solito eventi traumatici sbalzano il punto di unione in una nuova posizione, per qualche tempo. In questo modo i nuovi ricordi appena creati vengono «immagazzinati» in una posizione non consueta, per cui quando il punto di unione ritorna al posto originale, dimentichiamo quanto accaduto. È questo il motivo per cui tendiamo a non ricordare gli eventi tragici e improvvisi. Le donne lo sperimentano all’atto del parto. Durante il parto, il punto di unione viene spostato inconsciamente a causa del dolore e della tensione. Sono momenti molto «forti», ma dopo qualche giorno la madre tende a dimenticare quanto ha vissuto, per poi ricordarsene al parto successivo. Questo è anche il motivo per cui nessuno di noi ricorda la maggior parte dei sogni avuti durante la notte. Durante i sogni il punto di unione si sposta, creando percezioni e ricordi in posizioni inconsuete, troppo lontane dalla nostra soglia di coscienza durante la veglia. Uno spostamento laterale e profondo del punto di unione porterà all’allineamento di mondi differenti, ma pur sempre umani (è quanto accade durante la maggior parte dei sogni comuni). Uno spostamento del punto di unione verso il basso, all’interno dell’uovo luminoso, può allineare modi di percepire non umani. Gli sciamani in grado di operare consapevolmente questo tipo di spostamento venivano chiamati «diableros». È proprio questo uno dei punti fondamentali. Tutto ciò che percepiamo è in qualche modo reale, ma al contempo non è la realtà. La realtà (in qualche modo è emersa in Matrix, anche se in forma distorta) è che tutti noi siamo delle bolle luminose «agganciate» a delle fasce di emanazione. Tutti gli esseri quindi (a parte la differenziazione tra organici e inorganici, che vedremo dopo) si differenziano non tanto per la dimensione dell’uovo luminoso, ma per la posizione del loro punto di unione. È questo il principio utilizzato da quegli sciamani in grado di assumere la forma di corvo, puma, orso. I diableros. Quando qualcuno di noi ha ricordi di altre vite, sta semplicemente allineando il suo punto di unione con parte di quelle fibre luminose che hanno composto il suo «bozzolo» all’atto della nascita.



Gli sciamani distinguevano inoltre tra nagual e tonal. Il tonal rappresenta tutto ciò che costituisce il mondo ordinario degli uomini, e comprende le posizioni del punto di unione in cui si è ancora umani. Il nagual comprende tutto ciò che va al di là della dimensione umana della percezione. Una parte della percezione del nagual è raggiungibile attraverso una dura disciplina di controllo interiore ed eliminazione della mente egoica (considerata dagli sciamani una sorta di installazione estranea). La maggior parte del nagual non può essere conosciuta, né tantomeno intuita, essendo preclusa agli esseri umani. La visione di Castaneda è dunque assolutamente pessimistica? Messa in questo modo sembra non esserci scampo, si nasce, si vive, si muore, ed è finito tutto... In effetti è proprio così per la stragrande maggioranza della gente. Ma c’è un’alternativa. Noi non siamo solo i nostri ricordi, ognuno di noi, per il solo fatto di essere vivo, ha ancora in sé una parte dell’energia creatrice non ancora convertita in «cibo per l’aquila». Una delle tecniche descritte da Castaneda è la «ricapitolazione». In parole povere, si tratta di ripercorrere con la mente tutti gli attimi della propria vita, ricordandoli nei minimi dettagli. Ci vogliono anni per ricapitolare tutta la propria esistenza. Si comincia col fare un elenco di tutte le persone conosciute durante la vita, e poi una ad una le si passa in rassegna, cercando di ricordare col maggior dettaglio possibile tutti gli eventi vissuti. Questa tecnica veniva eseguita con una particolare forma di respirazione, che non sto qui a descrivere. Il punto è un altro. Il riesame di tutta la propria vita ha lo scopo di farci capire quale sia la nostra sintassi comportamentale, e soprattutto di farci accorgere di cosa ci sia dietro: il nostro ego, la nostra «forma umana». L’eliminazione dell’ego non blocca il processo di fabbricazione dei ricordi, ma qualcosa cambia. Non viene più utilizzata la stessa quantità di energia. I ricordi ci sono ugualmente, ma non più i «miei» ricordi, perché non c’è più un «io, me, mi». Sono dei ricordi e basta, e se fossero i ricordi di qualcun’altro non farebbe alcuna differenza. In questo modo, l’essere si spersonalizza. Non muore, o almeno vive molto più a lungo, ma non è più come prima. Vi è mai capitato di fare dei sogni lunghissimi per poi accorgervi di aver dormito solo pochi minuti? Esistono posizioni del punto di unione in cui il tempo scorre in modo differente rispetto al mondo «ordinario». Avendo padronanza dello spostamento del punto di unione («arte di sognare») e del suo mantenimento in una determinata posizione («arte dell’agguato»), si può allineare un nuovo mondo, ed esserci dentro in «carne ed ossa». Così facendo si potrebbe allungare la propria vita in modo indefinito. In molti libri di Castaneda si fa menzione di uno sciamano particolarmente abile in quest’arte, chiamato «lo sfidante della morte», il quale era riuscito a trasformare il suo essere in modo tale da essere in giro da centinaia (se non migliaia) di anni. Un’altra cosa emerge da questa visione della vita. Se dopo la morte non c’è niente, ogni istante della nostra vita, ogni nostra azione, anche la più stupida e frivola, assume una grande importanza. E questo si ricollega con gli insegnamenti di Gurdjieff, sulla necessità di essere «svegli» e presenti in ogni nostro gesto.



In questa breve esposizione ho cercato di delineare per sommi capi molti concetti assai complessi, e devo dire che temo di dare una visione distorta di qualcosa di molto reale e importante. Nella mia vita ho cercato di procedere sulle orme di Castaneda, e ho fatto mie molte sue esperienze. Le esperienze nei sogni, con gli esseri inorganici (ne parlerò in un altro articolo), con la percezione, le ho avute personalmente. Non ho acquisito la facoltà di percepire direttamente l’energia così come fluisce nell’universo, ma questo non significa che non sia possibile. Per tutti coloro che volessero approfondire l’argomento, invito a leggere tutti i libri di Castaneda partendo dal primo. Castaneda ha impiegato una vita a ricordare tutti gli insegnamenti appresi da Don Juan, proprio perché venivano impartiti mentre il suo punto di unione era spostato su posizioni inconsuete (leggendo tutti i libri e tentando di costruire una sequenza cronologica degli avvenimenti, è evidente che non potevano essere stati vissuti in quell’arco di tempo). Leggendo i suoi ultimi libri (ad esempio Il lato attivo dell’infinito) ci si trova davanti ad un Castaneda molto più consapevole e maturo che non nei primi libri (ad esempio A scuola dallo stregone). Il rischio è di trovarsi ad affrontare un discorso già molto complesso.

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