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Il Don Juan di Castaneda

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Il Don Juan di Castaneda

Messaggio Da Angelodiluce il Mar Lug 27, 2010 1:49 am

Nel suo ormai classico libro Lo sciamanismo e le tecniche dell'estasi (ed. Mediterranee), Mircea Eliade, nell'introduzione, dopo avere sottolineato come per uno psicologo o uno psichiatra uno sciamano presenti caratteristiche tipiche di psicopatologie a carattere isterico o epilettico, dice chiaro e tondo che "l'assimilazione dello sciamanismo ad una qualsiasi malattia mentale… sembra inaccettabile" (pag. 8 op. cit.). Nel capitolo Sciamanismo e psicopatologia, dopo avere riportato il parere di alcuni studiosi checredono esserci forti legami fra malattie mentali e sciamanismo, ribadisce quanto detto nell'introduzione dicendoci che "gli sciamani in apparenza tanto simili agli epilettici e agli isterici danno prova di una costituzione nervosa più che normale: essi riescono a concentrarsi con una intensità sconosciuta ai profani; resistono ai massimi sforzi; controllano i loro movimenti estatici, e così via" (Id. pag. 48).

D'altro lato, in Psicopatologia generale di Karl Jaspers, numerose testimonianze di schizofrenici invitano a nonescludere la possibilità che molti pseudo guru e pseudo mistici possano essere malati mentali. Per smascherarli basta un poco di buon senso ed una acuta osservazione del loro comportamento. Non basta leggerne gli scritti: il contatto personale è fondamentale. Tuttavia, quando da alcuni scritti straripa buon senso e moderazione, possiamo star certi di trovarci davanti a persone cosiddette "normali". Ci rendiamo anche conto che la normalità e la patologia a volte sono divise da una parete sottilissima, tuttavia, non avendo ancora conosciuto la mente umana al cento per cento, essendo tanti i misteri che circondano l'uomo e la sua vera essenza, è meglio essere cauti, e quando si scrive la parola "anormale" o "malato" è consigliabile concedere il beneficio del dubbio.

Abbiamo iniziato con le suddette citazioni per una ragione semplicissima: il Don Juan di Castaneda, dal nostro punto di vista, è sia uno sciamano, cioè un uomo di potere, sia un maestro di spiritualità in senso lato.Egli è un uomo di profonda conoscenza, e per tutto quello che dice e fa, possiamo porlo nella categoria degli anti-psichiatri: mentre tutti gli studiosi della psiche cercano con ogni mezzo di preservare la maschera egoica di ogni loro paziente, Don Juan cerca con ogni mezzo di frantumare tale maschera, per condurre i suoi discepoli alla conoscenza della loro vera identità.

Inquadrare don Juan nelle categorie della Etnologia, non è facile. Furio Jesi, nella sua introduzione a L'Isola del tonal di Castaneda, tenta di farlo, ma pur scomodando grandi pernsatori ("Ci si trova di fronte a uno stregone indio che parla come un discepolo di Heidegger… o come un imitatore di Kierkegaard … come un seguace di Dilthey…") non ci riesce. Né, a nostro parere, riesce ad inquadrare il lungo apprendistato di Carlos Castaneda ("Viene spontaneo pensare che Castaneda sia andato in cerca soltanto di quello che aveva già trovato… la propria asocialità tendenziale, il proprio tendenziale gusto del potere personale "). Non si possono liquidare i libri di Castaneda riducendo don Juan ad un briccone bugiardo e Carlos ad un assetato di potere personale. Al di là del fatto letterario non indifferente, al di là del folklore e del romanzo, c'è ben altro. Noi, attraverso una attenta lettura dei testi di don Carlos, tenteremo di conoscere don Juan, cercando di andare oltre la bricconeria e l'eventuale bugia. Cercheremo di capire se fra le pagine di Castaneda sono state nascoste perle di saggezza.

A scuola dallo stregone - una via yaqui alla conoscenza (ed. Astrolabio) è il primo libro di Carlos Castaneda. L'autore, narra di come nell'estate del 1960, quando ancora era studente di Antropologia, si imbatte in don Juan ed inizia con lui un lungo apprendistato. Fin dalle prime battute ci troviamo di fronte ad un uomo estremamente pratico: allorché Carlos gli manifesta il desiderio di voler imparare tutto quello che può, il "vecchio indiano dai capelli bianchi" (è così che lo qualifica per la prima volta) gli fa subito notare che, sì, "la conoscenza è potere" ma che "il potere si basa sul tipo di conoscenza che si ha" aggiungendo: "che senso c'è nel sapere cose inutili?"(pag. 18 op. cit.). Queste parole, apparentemente banali, contengono già il senso, la direzione, la traiettoria degli insegnamente di don Juan: la via della conoscenza comporta la direzione della volontà verso un unico punto, e pertanto tutte le energie devono essere impiegate per la vera conoscenza. Conoscere non è sapere quanto più cose si può, ma sperimentare le cose essenziali della via della conoscenza e la conoscenza stessa. In Deuteronomio VI, 5 è detto: "Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze", e questo è un principio generale della ricerca: chi si lascia distrarre dalle sirene, perde la sua battaglia. Non per nulla don Juan dice a Castaneda che "un uomo va alla conoscenza come va alla guerra, vigile, con timore, con rispetto, e con assoluta sicurezza. Andare alla conoscenza o andare alla guerra in qualsiasi altro modo è un errore, e chiunque lo fa vivrà per rimpiangere i suoi passi" (Op. cit. pag. 42). Da queste ultime parole possiamo capire comedon Juan, ad una via mistica, preferisca una via attiva, eroica: la via del guerriero. Ma come vedremo, tale via non è certo molto diversa dalla più sicura e lenta via mistica, perché vincere se stessi, combattere i propri vizi, sconfiggere il proprio ego è punto di partenza di entrambe le vie. Ed in fin dei conti chiunque vinca se stesso è un eroe, a prescindere dalla via impiegata. Né possiamo pensare che don Juan seguisse la via direttissima, quella che comporta l'uso di sostanze corrosive (droghe, sesso ecc.). Perché, come afferma lo stesso Carlos, la vita di gruppo che conducono i discepoli di don Juan (i toltechi) è molto casta e mira alla completa disintegrazione dell'ego, puntando alla vera essenza dell'uomo. Ed anche perché lo stesso don Juan afferma che l'uso di piante allucinogene non è necessario per acquisire potere e conoscenza, e che a Carlos le ha fatte provare per via della sua cocciutaggine. Né possiamo imputare agli scritti di Castaneda la marea di drogati che li hanno fraintesi: non hanno saputo cogliere il nocciolo degli insegnamenti toltechi.

Come sappiamo tutti, la collera è uno dei problemi di più difficile gestione dell'uomo. Andiamo su di giri per un nonnulla. A questo proposito don Juan afferma che "si va in collera con le persone quando si pensa che i loro atti siano importanti" (pag. 59 op. cit.). Il tutto è ovviamente legato alla stima che ognuno ha di sé, ovvero alla stima di ciò che crede sia la sua vera natura: la maschera! A questo proposito, Carlos Castaneda, nel libricino Interviste a Carlos Castaneda - ed. Eretica-stampa alternativa, ci spiega come lui ed un'altra discepola di don Juan andassero in giro per la nazione a lavorare in incognito come persone di fatica presso locali pubblici notoriamente gestiti da cosiddetti piccoli tiranni, cioè gente estramamente prepotente, offensiva, arrogante, grazie ai quali è possibile sbriciolare il proprio ego. Se non è ascetismo questo!

Ma torniamo alla conoscenza. Perché diventi di conoscenza un uomo deve "sfidare e sconfiggere" i suoi quattro nemici naturali: Paura, lucidità, potere e vecchiaia. Quando un uomo si mette sulla via della conoscenza scoprirà che presto i suoi pensieri entreranno in conflitto: quello che impara non corrisponde a quello che immaginava dovesse imparare, ed ecco che nasce la paura e con essa la fuga dai problemi. Per vincere la paura deve sfidarla senza fuggire. Ecco, però, che nel momento in cui vince la paura, compare il secondo nemico: la lucidità. Egli comincia a sentirsi sicuro di sé, sceglie cosa desiderare e come soddisfare tali desideri. Si sente una specie di superman e non dubita più di se stesso. Ciò lo porta ad agire sconsideratamente, e gli dà la convinzione di essere arrivato. Solo nel momento in cui capirà che la lucidità non è la meta, l'avrà vinta. A questo punto il suo desiderio sarà la regola, ed il terzo nemico gli si presenta davanti: il potere. Diventa padrone, crudele e capriccioso: non è più in grado di controllarsi. Se capirà questo avrà vinto il potere, che sarà tenuto sotto controllo. Ecco però che arriva l'ultimo dei nemici: la vecchiaia. Nasce un irresistibile desideerio di riposare. Se si adagia nella stanchezza avrà perso la battaglia. Quindi bisogna affrontare il proprio destino e non fermarsi mai.

Ma il cammino è fatto sia di andare che di strade, e "una strada è solo una strada" dice don Juan a Carlos, ma prima di imboccarne una, aggiunge, bisogna porsi una domanda fondamentale: "questa strada ha un cuore?" (Id. pag. 87). Bisogna guardare la strada attentamente, metterla alla prova tutte le volte che si vuole. Se la strada ha un cuore, essa è buona, se non ce l'ha, non serve a niente. La strada che ha un cuore procura un viaggio lieto, l'altra "ti farà maledire la tua vita". Inoltre un sentiero che ha un cuore è facile e "amarlo non ti costa fatica" (id. pag. 131).

Nel secondo libro di Carlos, Una realtà separata, don Juan ci informa che "ogni uomo è in contatto con tutte le altre cose… attraverso un fascio di lunghe fibre che spuntano dal centro dell'addome". Quest' affermazione apparentemente stramba, costituisce un attacco mortale all'ego ed un implicito invito al rispetto di tutte le cose. L'ego, la più grande bestemmia verso il noi, si illude di essere staccato da ogni altra cosa, e secondo la strategia dell' avere, del possedere, cerca di ingrassarsi fino alla com-prensione di tutte le cose. Ma come ogni palloncino, quando si esagera con la gonfiatura, prima o dopo esplode. L'altro importante aspetto è che, se la teoria di don Juan è vera, anche quando l'ignoranza (intesa come mancanza della vera conoscenza) di una persona fa trascurare l'aspetto illusorio dell'ego, invita comunque al rispetto di ogni cosa ed alla pacificazione col resto del mondo. Se un uomo comprende di essere solo un semplice atomo di un corpo infinito o quanto meno grandissimo, comincerà sicuramente ad avere, prima maggiore considerazione per tutto il suo prossimo, poi per tutto il remoto, ed infine minore considerazione di sé, un ridimensionamento automatico del proprio ego, e tutto anche in assenza di ricerca. Il mondo diventa un enorme teatro dove ci si può divertire, a condizione che si comprenda che tutto ciò che vi accade è follia. Sapendo di essere folli, si può condurre un'esistenza di follia controllata. Insomma, si diventa consapevoli del proprio vero stato di folli. In Una realtà separata (ed. Astrolabio) Carlos fa dire al suo istruttore: "Dobbiamo sapere da prima che i nostri atti sono inutili e tuttavia dobbiamo procedere come se non lo sapessimo. Questa è la follia controllata di uno stregone" (opera appena citata pag. 68). Ma l'immancabile obiezione di Castaneda scatta puntuale: se si agisce sempre con follia controllata, ogni singolo nostro atto diventa falso, insincero. La risposta di don Juan arriva subitanea: "I miei atti sono sinceri, ma sono solo gli atti di un attore". Ma se per voi non conta più nulla, come potete continuare a vivere? Gli chiede Carlos. "Continuo a vivere perché ho la mia volontà.Ho temprato la mia volontà durantetutta la vita fino a farla diventare pulita e integra, e ora non mi importa che nulla importi. La mia volontà controlla la follia della mia vita".

Quello di attore è un concetto molto importante se accoppiato a quello di volontà. In sostanza don Juan ha un centro, un nucleo "perfetto" attorno a cui regola tutta la rappresentazione della sua vita. Agire da attore vuol dire recitare di volta in volta, e nel modo migliore possibile, la parte che la vita richiede di rappresentare. Stiamo lavorando sempre su quell'effimero centro di gravità che vorrebbe essere l'ego: spostando l'attenzione sulla volontà la recita annulla ogni gratificazione dell'ego, riducendo questi ad un personaggio inconsistente, ad un fantoccio, ad un bluff.

Piano piano ci stiamo avvicinando al nucleo della conoscenza di don Juan: l'uomo non si riduce ad un ego inconsistente, né al solo corpo-mente, esso in essenza è qualcos'altro.

L'importanza che diamo alle cose e a noi stessi deriva dal fatto - secondo don Juan - che guardiamo le cose nel modo in cui le pensiamo. Ma nel momento in cui riusciamo a vedere, le cose cambiano: non è più possibile pensare le cose che guardiamo. Allora tutto diventa senza importanza e si rimane solo in compagnia della propria follia. Quindi la scoperta della propria follia è una sorta di conseguimento, dopo avere imparato a vedere. In sostanza, don Juan non solo rifiuta di essere etichettato come nichilista da Carlos, ma afferma pure che l'uomo che vede sceglie la parte da recitare solo dopo avere appurato che quella parte (quella via) ha un cuore. Quindi la recita nel migliore dei modi dirigendo la sua attenzione su le cose buone. Un uomo di conoscenza, semplicemente sa che nessuna cosa ha più importanza dell'altra, che tutti gli uomini non vanno da nessuna parte. E' il suo vedere che gli fa capire tutto questo, quindi sceglie un atto da compiere ed agisce come se quell'atto contasse qualcosa, cioè con quella controllata follia che è molto simile al vedere. Insomma, un uomo di conoscenza non pensa, vive agendo.

Quello del vedere è un punto su cui don Juan insiste parecchio. Il mondo come lo si vede comunemente non è come il mondo visto da un uomo di conoscenza. Questo è "un mondo fugace che si muove e cambia". La fisica moderna ha molto studiato le particelle elementari ed ha confermato la dinamicità del mondo, delle cose e dell'uomo. A questo proposito, rileggere le antologie divulgative di F. Capra non farebbe male. Ma torniamo al discorso. In un mondo simile la volontà acquista un'importanza capitale. Ma la volontà dello stregone è "una forza che viene dall'interno e che si attacca al mondo esterno" (Id. pag. 130). Quanto al vedere, esso permette di vivere in un mondo sempre fresco, nuovo, incredibile ed impensabile perché mai accaduto prima.

Un'altra cosa importante su cui don Juan si sofferma è la sospensione del discorso interiore. Parlando a noi stessi non facciamo altro che mantenere il mondo così come lo abbiamo pensato. Smettendo di parlare a noi stessi invece, noi riaccendiamo il mondo, gli ridiamo vita.

Per il guerriero di don Juan le battaglie sono tante, anzi, non finiscono mai.Una di queste è la "riduzione dei desideri": "E' il volere che ci rende infelici.Eppure, se imparassimo a ridurre a nulla i nostri desideri, la più piccola cosa che otterremmo sarebbe un vero regalo" (Id. pag. 125). Ancora una volta si combatte contro l'ego, perché solo la persona, la maschera è convinta di avere continuità nel tempo. L'apparato egoico crea traiettorie temporali inesistenti: al fine di alimentare l'illusione della propria esistenza e continuità, ecco quindi che con l'immaginazione crea un futuro che lo vede protagonista e cerca in tutti i modi di realizzarlo. E siccome l'immaginazione così usata è una serva fedele di Maya, riesce a creare l'illusione, la magia: un futuro pensato diventa un futuro incarnato in un falso presente. Sì, falso, perché quello vero, spontaneo, fresco, libero da zavorre, da possesso, da maschere, viene perso irrimediabilmente. Il desiderio crea una fuga in avanti che da un lato ingrassa il personaggio e dall'altro mortifica l'attore. E' il personaggio che desidera, non l'attore, che rimane sempre ben consapevole delle sue illimitate possibilità di calarsi in tutti i personaggi immaginabili. Ma a questo punto sorge spontanea la domanda: chi è l'attore? Esso è l'uomo totale, l'uomo di conoscenza, il tolteco, come lo chiama don Juan. Tolteco è chi è impeccabile e senza macchia, chi conosce il suo doppio, chi conosce l'arte del sognare, chi sa vedere, chi conosce la vera essenza dell'uomo: l'uovo di luce che lo avvolge, chi conosce la sua parte destra e la sua parte sinistra: il Tonal e il Nagual, chi riesce a trasformare la consapevolezza in fuoco dal profondo, chi conosce le emanazioni dell' aquila, ecc. A volte, per il suo pittoresco vocabolario don Juan ci ricorda Paracelso, il medico alchimista che si prendeva gioco dei dotti ignoranti medici del suo tempo, riuscendo a guarire grazie ad una saggezza profonda e strana. Quello stesso Paracelso a cui Carl Gustav Jung ha dedicato alcuni saggi nella sua opera. Don Juan sembra possedere davvero la saggezza di cui parla, e secondo noi ha regalato a Carlos Castaneda alcune perle di essa. Un mondo fatto di campi di energia anziché di oggetti, ci stuzzica…Questo breve saggio non consente certo di fare uno studio approfondito di tutto quanto ha detto don Juan, pertanto rimandiamo l'interessato alle opere di Castaneda se volesse saperne di più.Qui ci limitiamo all'essenziale.

Un'altra delle cose essenziali è per esempio l'interruzione della storia personale. Don Juan insiste tanto su questo punto. Bisogna diventare imprevedibili e non una cosa scontata, perché le persone, coi loro pensieri, creano legami con chi è scontato. Per tradurlo in termini psicanalitici, esse proiettano le loro aspettative sulla persona di cui conoscono le reazioni e i pensieri, e così facendo rafforzano i comportamenti dell' altro. Questo va a braccetto con l'invito a non creare abitudini (in questo caso è la stessa persona che rafforza i suoi comportamenti automatici) e quello a diventare inaccessibili (nel qual caso il guerriero-cacciatore deve sfiorare il mondo, lievemente, lasciando appena un segno).

La consapevolezza, su cui don Juan si sofferma spesso non va esercitata solo nello stato di veglia, ma anche in quello di sonno: occorre diventare consapevoli di star sognando. "Una volta che ha imparato a sognare il doppio, l'io arriva al suo bivio fatale, e viene il momento in cui ci si rende con to che è il doppio che sogna l'io" (L'isola del Tonal - Bur - pag. 124). Noi siamo solo un sogno sognato dal nostro doppio. Una simile teoria (esposta da don Juan con la sicurezza tipica di chi sa quel che dice) ci potrebbe far capire perché mai negli onirodrammi (rappresentazioni "teatrali" di sogni) avviene che gli "attori - provocatori" riescano a toccare corde note solo al sognatore: la rappresentazione diventa "sogno reale" perché guidata dal doppio di tutti i partecipanti. E' ovvio che la parte di "attori-provocatori" spetta solo a persone di estrema sensibilità che hanno lavorato su se stesse, che hanno da tempo smascherato il proprio ego e che intuiscono di essere non solo corpo-mente.

Ma il pensiero di don Juan va oltre i confini della "stregoneria", dello sciamanismo, della "magia". Esso diventa anche filosofico. Ciò accade quando il maestro di Carlos parla di Tonal e Nagual. Il Tonal, per sommi capi, è tutto il conosciuto, ed il Nagual tutto ciò di cui non possiamo dir nulla. Il primo è come un'isola, come una tavola apparecchiata con tutte le cose dentro, è il mondo. Il secondo è tutto ciò che sta intorno all'isola, alla tavola apparecchiata. "Ma allora il Nagual è l'Essere Supremo, Dio?" chiede Carlos. "No. Anche Dio sta sulla tavola. Diciamo che Dio è la tovaglia" risponde don Juan, per il quale Dio è ogni cosa di cui si può pensare. L'uomo alla nascita è totalmente Nagual, poi per vivere in questo mondo sviluppa una parte Tonal che col passare del tempo diviene il padrone, ed ogni qualvolta il Nagual si affaccia, il Tonal con astuzia rappresenta le due parti con due elementi del Tonal: corpo e anima.

Riportiamo solamente questa concezione, senza approfondirla, perché i limiti di questo breve saggio non ce lo consentono. Certo è un concetto stimolante, che il lettore può ampliare per proprio conto.

Gli uomini sono esseri luminosi, bolle di luce, dice don Juan. Per concludere questo saggio riportiamo quanto scrive Carlos alla fine de L'isola del Tonal (pag. 373), a parlare è sempre don Juan: "Questo è il paradosso degli esseri luminosi. Il Tonal di ciascuno di noi è soltanto un riflesso di quell'indescrivibile ignoto che è pieno di ordine; il Nagual di ciascuno di noi è soltanto il riflesso di quell'indescrivibile vuoto che contiene ogni cosa" .

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