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L'anima nera del reverendo Jones

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L'anima nera del reverendo Jones

Messaggio Da Angelodiluce il Mar Mag 04, 2010 6:26 am

più grande suicidio collettivo di questo secolo [immagine] è avvenuto il 18 Novembre 1978 esattamente vent'anni fa. È accaduto in un luogo definito "il tempio", la chiesa fondata dal reverendo Jim Jones, prima a San Francisco poi in Guyana. I protagonisti di quell'oscura tragedia erano tutti americani, il reverendo Jones che guidava quel culto cristiano-battista "come un padre, in nome del padre", le donne, gli uomini, gli adolescenti, i bambini. Tutti i novecento membri del culto sono stati trovati morti. Avevano bevuto succo di ananas e cianuro. Ce lo ricordano terribili, indimenticabili immagini.
Ma prima, alcuni membri del culto avevano ucciso con armi automatiche il deputato Ryan, che era andato a investigare la sospetta violenza del "tempio", erano stati uccisi i giornalisti e i cameramen che erano andati a visitare e a filmare il "paradiso in terra, palme, datteri e miele" che il reverendo Jones aveva promesso ai suoi fedeli.
Un cronista giovane, quel giorno, è sopravvissuto. Si chiama Ron Javers, che era a quel tempo inviato del San Francisco Examiner, e che abita ancora a San Francisco.
Javers, oggi, ricorda paura, disorientamento, una folle corsa nella giungla, ore di solitudine mentre perdeva sangue dalla spalla trapassata da un proiettile di arma automatica. Ricorda di avere annotato sul suo taccuino "falso profeta" dopo avere parlato, il giorno prima, con il reverendo Jim Jones.
Adesso si chiede: "Come si fa a capire in tempo se un pastore suadente, dal tono paterno, è un falso profeta? Anche il suo comportarsi da despota faceva pensare al padre. O così sembrava ai credenti".
Questa è la parola giusta, credenti. Fedeli al punto di morire. Perché, certo, gli adulti sapevano di morire. Gli hanno detto di essere costretti dalla cattiveria di uomini atei a lasciare il paradiso in terra, nel caldo delirante della Guyana. L'altro paradiso li aspettava di là. Bastava sapersi gettare nella galleria della morte in nome di Dio.
Il reverendo Jim Jones, bella voce, tono carismatico, grande crocifisso sul petto (maglione nero, giacca di lino) era molto popolare in California negli anni '70. Benché regolarmente ordinato in una congregazione battista, il reverendo Jones era un irregolare e un ribelle. Ma era anche un conoscitore ossessivo della Bibbia. Per lui era come un'incisione sulla pietra, un testo irremovibile e letterale cui obbedire in ogni dettaglio.
"Ho visto un centinaio dei suoi discepoli, molti di essi neri, nel refettorio della chiesa di San Francisco, prima del trasferimento della setta in Guyana. Sguardi sperduti, volti emaciati di veri poveri, bambini storditi dall'abbandono, uomini come zombie, bruscamente scartati dalla vita. Qualcuno mi parlava del sindacato a cui aveva appartenuto, qualcuno della politica che aveva abbandonato, molti di piccoli lavori perduti."
All'improvviso il reverendo Jim Jones tuonava con la sua voce ipnotica e il brulicare di vite stanche dei suoi discepoli si fermava di colpo. Non era assurda o folle la sua predicazione. Ma inspiegabile era il dominio, il legame di ubbidienza assoluta che sapeva generare. Era fede o plagio?
Da allora è nato, nella cultura americana più di ogni altra esposta all'influenza delle religioni, il bisogno di distinguere fra chiesa e chiesa, fra fede e fede, fra religione e religione, tentando di individuare focolai di follia o di crimini commessi in nome di Dio.
Da allora la parola "setta" ha acquistato un suono minaccioso. Da allora l'impegno è diventato di rispettare le fedi, ma non tutte le sue incarnazioni.
Non è stato un lavoro facile. Gruppi religiosi o "chiese", guidati da personaggi strani, misteriosi o pericolosi sono ancora al centro della vita americana e di là influenzano il mondo con libri, televisione, molto danaro.
Avvocati coraggiosi hanno tentato di combattere in tribunale queste chiese, le sette che riducono a fantasmi senza libertà e senza volontà i loro credenti. Non tutti quegli avvocati l' hanno scampata, e alcuni hanno pagato con la vita, come il deputato Ryan. Come il giovane avvocato californiano che, mettendo la mano nella cassetta delle lettere, davanti alla sua casa californiana, è stato morso da un serpente portato dal Brasile apposta per il delitto.
Il veleno sconosciuto ha impedito di salvarlo ma quasi tutte queste chiese, queste sette continuano ad esistere, funzionano, sono "religioni esenti da tasse", hanno filiali ricche e ben radicate in Europa, in Italia. Continuano a invadere e "cristianizzare" l'America Latina, raccogliendo fondi immensi, anche dai più poveri, sempre astenendosi da qualsiasi tentativo di lenire la disperazione. Affermano che la salvezza, anche fisica, arriva, istantanea, solo dalla grazia. Per avere la grazia deve entrare ciecamente nel culto.
Nel duello contro ragione e cultura hanno vinto le chiese, anche le più chiuse, misteriose, esposte a sospetti gravissimi. E invano transfughi e sopravvissuti hanno trovato il coraggio di parlare. Anche le voci più allarmate non hanno mai scalfito alcune cittadelle dei culti. Si è creata, invece, la costellazione fanatica delle chiese fondamentaliste, che oggi pesa anche sulla Camera e sul Senato degli Stati Uniti. La loro intolleranza assoluta si nota in alto e in basso, nella vita americana.
In Senato, il presidente della commissione affari esteri vieta la nomina di Richard Holbrooke (il pacificatore della Bosnia) ad ambasciatore alle Nazioni Unite "perché non dà garanzie cristiane". E vieta il pagamento dell'immenso debito americano alle Nazioni Unite perché le Nazioni Unite tollerano, in India, in Cina, la procreazione programmata.
Più in basso, per le strade d'America, continuano gli omicidi di ginecologi che accettano di praticare aborti. Gli assassini non hanno interesse a sapere le ragioni mediche e persino di urgenza di tanti interventi. Per fede uccidono. Alcuni giorni fa un tiratore bene addestrato e bene armato ha fatto fuoco da lontano, ha colpito alla testa il medico Barnett Slepian, uccidendolo mentre era a tavola coi suoi bambini nella sua casa di Amherst, vicino a New York. L' assassino se ne è andato indisturbato, per tornare probabilmente a una sua fede che chiede l'omicidio.
Casi isolati, persone instabili, cerca ogni volta di dire la polizia americana per non aprire il caso della follia religiosa. Ma non è questo lo stesso problema del governo di Arafat, che ha esitato a lungo, perfino dopo decine di autobombe e di "martiri" suicidi-omicidi della guerra santa islamica, a isolare il capo religioso di Hamas, Yassin, mandante di molte stragi, limitandosi alla fine, a rispettosi arresti domiciliari?
Non è questo il caso del governo iraniano che, nella sua versione moderata, vede l'assurdo della condanna a morte con taglia di milioni di dollari contro lo scrittore Rushdie, e allontana il gesto barbarico, ma poi deve assistere alla conferma di quella condanna da parte degli iman della città santa di Quom?
La grande domanda è come sia possibile il rivelarsi improvviso del volto distruttivo, privo di amore e guidato dall'odio anche nelle grandi religioni praticate nella cultura e nella storia.
La parola "fanatico" è una risposta insufficiente, perché l'atteggiamento fanatico appartiene al mondo della psicologia e - nelle sue manifestazioni collettive - al mondo delle scienze sociali.
Nel silenzio di molte chiese continua ad aggirarsi, anche nelle fila delle grandi religioni, il volto misterioso e mai svelato della intolleranza spietata. Resta in attesa del momento della storia che gli consenta di uscire allo scoperto. La politica, la cultura, ma soprattutto le chiese, in ogni paese libero, sono il solo argine, la sola garanzia affinché non si uccida più in nome di Dio.
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