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Il Concilio di Costanza

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Il Concilio di Costanza

Messaggio Da Angelodiluce il Dom Mag 02, 2010 3:27 am

L'11 novembre 1417 usciva eletto dal conclave col nome di Martino V il cardinale Oddone Colonna, secondo la testimonianza di un contemporaneo, "il più povero e il più semplice dei cardinali".

Lo Scisma era dunque debellato, e l'Europa tornava in pace a un ovile e a un pastore? Non era che l'apparenza. Come se nulla fosse accaduto, il giorno dopo l'elezione Martino V confermò sic et simpliciter, - ne forse poteva fare altrimenti, se non a rischio di provocare un'altra rivoluzione, - le regole della cancelleria pontificia di Giovanni XXIII, cioè tutti quegli abusi che avevano fatto versare tanti fiumi d'inchiostro e d'eloquenza.

Quando, in base al decreto del 30 ottobre, Sigismondo e le nazioni chiesero al papa di dar mano alla riforma, egli consentì alla nomina di una nuova commissione, di cui facevano parte sei cardinali e altrettanti delegati di ciascuna nazione. Ma in pratica era impossibile fare un passo avanti, perché v'era sempre qualcuno che la pensava altrimenti. A chi gli faceva presente questo stato di cose, il pontefice rispondeva che per parte sua era disposto ad accettare tutti i punti su cui le nazioni si fossero trovate d'accordo; una risposta che rispecchiava la dolorosa realtà, e che, se non conoscessimo il candore dell'uomo, parrebbe nascondere un'astuzia diabolica. A chi sollecitava l'imperatore di far valere la sua autorità, egli replicava: "Quando io insistevo che bisognava intraprendere la riforma prima dell'elezione del papa, voi non voleste acconsentire. Ora abbiamo un papa; andate da lui, poiché la cosa non m'interessa più come prima".

Effettivamente la preoccupazione maggiore per lui, cioè che fosse eletto un papa francese, era scomparsa; Martino V si affrettava a riconoscerlo formalmente come re dei Romani (23 gennaio 1418), e, in compenso delle spese sostenute per il Concilio, gli concedeva per un anno la decima su quasi tutti i benefici della Germania.

Perché fosse possibile una riforma universale della Chiesa, occorreva che uomini singoli e gruppi e nazioni s'innalzassero spiritualmente a una nuova unità religiosa. In mancanza di questo, avvenne per l'appunto il contrario, che cioè la riforma dovette abbassarsi, sminuzzarsi, adattarsi alle complesse esigenze della società europea, ridursi a una mediocre sistemazione d'interessi ai danni della Santa Sede, piuttosto che rispondere ad un alto proposito di rinnovamento.

Dopo molte fatiche si riuscì ancora a raggiungere l'accordo su alcuni punti di non capitale importanza, che furono oggetto dei sette decreti di riforma promulgati il 21 marzo 1418: revoca delle esenzioni e incorporazioni concesse dalla morte di Gregorio XI in avanti, rinuncia, da parte del papa, ai frutti dei benefici vacanti, condanna della simonia, provvedimenti sulle dispense, imposizione delle decime, onestà del costume ecclesiastico, tutto ciò che, senza sovvertire il sistema, poteva dare ai malcontenti qualche soddisfazione materiale o morale. Più in là non si poté andare.

Le questioni suscettibili di qualche parziale accomodamento non furono più oggetto di deliberazioni generali, ma di Concordati tra la Santa Sede e le nazioni, non uniformi fra loro né per durata, né per contenuto: brevissimo e di carattere perpetuo l'inglese, che non toccava i problemi scottanti delle annate, delle riserve e delle collazioni papali, già regolate internamente dallo «Statute of Provisors» e dallo «Statute of Praemunire»; quinquennali e assai più minuti i rimanenti. Un unico concordato accomunava, a quel che sembra, le nazioni latine, unite fra loro nel periodo decisivo del Concilio e destinate col tempo a stringersi alla difesa della Chiesa contro la riforma protestante.

Ciò che usciva di sostanziale da questi accordi non era se non la garanzia data alle nazioni inglese e germanica di una equa partecipazione al Sacro Collegio ed al personale di Curia, e, dopo tanta battaglia, il riconoscimento che nelle circostanze d'allora non era possibile per la Santa Sede rinunciare alla riscossione delle annate.

Lo Scisma e i Concilii sono la crisi risolutiva del medio evo, cioè, al pari di ogni grande momento storico, una crisi del principio d'autorità. L'Europa adulta degli stati e delle nazioni si ribella alla sua madre, Roma; rivendica i suoi diritti contro un accentramento e un fiscalismo che sembrano ormai privi di ragione; istruisce un processo che, di là da un Giovanni XXIII o un Gregorio XII o un Benedetto XIII, mira al papato stesso e all'intero reggimento cattolico del medio evo. La superiorità conciliare, trasferita da questione dottrinale a problema storico, e la vittoria del sistema europeo sulla Santa Romana Repubblica.

Il Concilio di Costanza sta al limitare di due età; come un'erma bifronte, da una parte guarda verso il passato, dall'altra verso l'avvenire; con le sue contraddizioni, manifesta la sofferenza di un distacco non ancora compiuto, l'ansia di una creazione che accenna da lontano, ma che non è giunta ancora alla chiarezza della coscienza. Alle spalle è la luce e la guida, e mentre ci si illude di tornare sui propri passi e di ritrovare la via smarrita, si costruisce, faticosamente, dolorosamente, in direzione opposta, la nuova via. Il grande sforzo era stato volto a sterminare l'eresia e a ricomporre l'unità cattolica del medio evo; ma era chiaro che questa unità languiva nei cuori e che non bastava esteriore abilità di espedienti per farla risuscitare. Quando un cardinale, come Pietro d'Ailly, e un uomo dell'altezza morale di Giovanni Gerson, proclamavano che il papa era fallibile e giudicabile, che in materia di fede non poteva saperne più dei Padri riuniti a concilio, che il Concilio era superiore al vicario di Cristo, essi dimostravano chiaramente che l'antica fede era scossa.

Lo scopo effettivo di Costanza fu di dare la pace civile all'Europa e di colpire il papato; l'interesse politico e la discussione dottrinale prevalsero sulla religione. Non a torto Giovanni XXIII condannava la divisione per nazioni nei Concilii generali e scriveva che tutti i membri avrebbero dovuto votare in comune. Ma non mai la coscienza nazionale si era espressa con così prepotente rigoglio come nelle monarchie di Francia e d'Inghilterra, con tanta consapevolezza di sé come nell'azione di Giovanni Huss e di Girolamo da Praga, o nelle parole di Giovanni di Jesenice, quando diceva: "Dio ha voluto dare a ciascun popolo il suo regno, che non appartiene se non ad esso; in Boemia non v'erano un giorno che Boemi; i Boemi debbono dunque godere liberamente delle loro leggi e dei loro diritti, come ne godevano in altri tempi e senza essere molestati dai Tedeschi. Largo dunque, tutori che non avete cercato che il vostro vantaggio, largo ai figli della casa, ai soli possessori, e ch'essi dominino nei secoli dei secoli". Le nazioni di tutto l'Occidente sono la nuova realtà con cui ha da fare la Santa Sede, la realtà che si cela sotto l'ammanto religioso, unitario del Concilio generale. Discordi fra loro, in vario contrasto con la Curia, esse discutono, deliberano, decretano sulla deposizione dei papi, la superiorità conciliare, l'eresia di Wiclif e di Huss, le questioni politiche, la riforma; vogliono aver parte, vorrebbero anzi aver mano libera nella nuova elezione; la loro indistruttibile individualità riaffiora nei Concordati, non appena l'unità appare ricostituita con l'elezione di Martino V.

La via seguita dai Padri è uno strettissimo, pauroso sentiero che divide la tradizione dalla piena rivoluzione. Per uscire dal groviglio dello Scisma, ci si è rifatti a un principio rivoluzionario; che per altro Martino V si affretterà a sconfessare fin dai primi giorni del papato non appena i Polacchi vorranno appellarsi dal papa al Concilio. Il cammino è così insidioso, che i più solenni campioni della dottrina e della pratica conciliare, Sigismondo imperatore, d'Ailly, Gerson, corrono rischio più d'una volta d'incorrere nell'accusa di eresia; e si dura gran fatica a spegnere le fiamme che già lambiscono anche i troni, quando per bocca di Huss si esautorano i principi peccatori, o per la penna di Giovanni Petit e del domenicano Giovanni di Falkenberg si giustifica e si esalta il tirannicidio.

I risultati del grande parlamento europeo risentono, com'è ovvio, delle sue contraddizioni e delle sue ambiguità. Il processo è ancora in via di svolgimento, non v'è nulla di conclusivo, la guerra si chiude con una serie di compromessi e con qualche sconfitta. Esiste una generale coscienza cattolica, ma l'anima della nuova Europa risiede ormai negli stati, nelle nazioni, e l'hussitismo politico e religioso, cioè la ribellione contro la Chiesa, è più vivace che mai. La partita tra papa e concilio non è risolta, idealmente coesistono e sono l'uno la negazione dell'altro. La riforma è rimasta arenata, perché a tutti è mancato il coraggio della rinuncia e della rivoluzione. L'unica certezza è che la Santa Romana Repubblica non esiste più, e che non è possibile tornare indietro.

Se v'è chi si duole che si sia cercata la salvezza negli argomenti umani anziché aspettarla dalla Provvidenza divina, o che la Chiesa non abbia compiuta la sua riforma e ne abbia più tardi portato le gravissime conseguenze, o che papi e cardinali, anziché secondare, abbiano per bassi motivi contrastato lo sforzo della riforma, noi pensiamo che in questo modo ancora una volta si sostituisce inconsapevolmente alla realtà una vuota immaginazione e si abbassa a moralità individuale uno dei più tragici e fecondi momenti della storia europea. Ancora una volta gli uomini rispondevano per sé e per coloro che li avevano preceduti, erano fermati al loro posto di responsabilità e di combattimento, condannati a non retrocedere e a non sostare, sospinti a strapparsi dal passato e a costruire per altre generazioni.

La Chiesa aveva creato l'Europa; e l'Europa la rinnegava, appunto perché essa era stata madre e signora comune di quelle nazioni, che ora, consapevoli della propria forza, si apprestavano con impeto giovanile a gareggiare per l'egemonia dell'Occidente.
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