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EMPIRISMO E PRAGMATISMO

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EMPIRISMO E PRAGMATISMO

Messaggio Da Angelodiluce il Dom Mag 02, 2010 3:21 am

Se i sensi non fossero che un semplice aiuto alla ragione, ma -come vogliono gli empiristi- la fonte principale della nostra conoscenza, non esisterebbe mai la possibilità di anticipare col pensiero un'esperienza che in realtà non si vive. Non che questo sia il massimo che un intellettuale possa desiderare, ché anzi è il suo cruccio più insopportabile, la sua illusione e il suo dramma esistenziale, ma è anche vero che proprio tale possibilità permette all'uomo di elaborare delle alternative quando il sistema va superato. Se tutto dipendesse dalle sensazioni, in che modo si dovrebbe desiderare d'uscire da una determinata situazione di frustrazione o di alienazione? Ci si dovrebbe forse limitare ad avvertirne il peso? Ma in tal modo la riduzione della conoscenza a mera sensazione altro non significa che sottrarsi a un'importante responsabilità: quella di dover far coincidere la teoria con la prassi.
L'empirista, prima ancora di essere uno scettico nei confronti della realtà esterna, oggettiva, lo è nei confronti di se stesso, cioè della propria capacità d'essere coerente sul piano esperienziale con i principi affermati in sede filosofica.
Gli enunciati empiristi classici, come ad es. "l'uomo è ciò che mangia" (o "ciò che sente", "che vede" ecc.), solitamente vengono formulati dopo aver rinunciato a realizzare gli obiettivi della ragione, il primo dei quali è appunto quello di veder applicati i principi generali in cui la ragione stessa crede. L'empirista mortifica la ragione riducendone le pretese, ma non prima d'aver costatato che tali pretese sono insostenibili in una società dominata dai rapporti antagonistici. L'empirista è realista nelle sue premesse e conservatore nelle sue conclusioni. Egli infatti ritiene che la società borghese non sia superabile.
La differenza tra un empirista e un pragmatista è che questi non si limita a dire che le idee derivano dalle sensazioni, ma anche che esistono idee migliori sulla base di migliori esperienze percettive (sensoriali). Il pragmatista americano vuol dare all'empirismo inglese una base oggettiva o comunque un maggiore funzionalismo sociale.
In effetti, dire che le idee derivano dalle sensazioni è troppo poco, soprattutto per una società complessa come quella americana (con tante culture, tradizioni, religioni ecc.). Gli inglesi non avevano bisogno di dimostrare che talune idee possono essere migliori di altre: quando essi davano il primato alla sensazione, si riconoscevano facilmente in una "sensazione comune" (almeno fra determinati ceti o classi).
Viceversa, gli americani (spinti, in questo, anche da un maggior senso della competizione e dell'individualismo), hanno avuto bisogno di darsi, da subito, dei modelli oggettivi di "perfezione", che potessero essere imitati-appresi-seguiti dalle masse. Ecco perché essi hanno puntato molto l'attenzione su quel tipo d'esperienza (sensibile) che rende veramente significative determinate idee (che sono poi relativamente poche, essenziali, concise).
Singolare, in tal senso, è stato il recupero, da parte del pragmatismo, di quegli aspetti emotivi, psicologici, etico-religiosi della personalità umana, che l'empirismo inglese aveva abbastanza trascurato, considerandoli come un "affare privato" del singolo cittadino.
Essendo partita da zero e avendo a che fare con un'incredibile molteplicità di esperienze, la società americana, per potersi orientare, aveva assolutamente bisogno di valorizzare tutti gli aspetti della personalità umana, mostrando all'opinione pubblica i modelli da imitare anche sul piano dei sentimenti, delle reazioni psicologiche e, più di recente, dei consumi ecc. Di qui il rapporto costruttivo (in realtà meramente funzionale) del pragmatismo con la morale e la religione (mentre l'empirismo inglese ha piuttosto un rapporto critico-negativo con la dimensione etico-religiosa).
Il limite più grande del pragmatismo (soprattutto in James) non è stato quello di considerare più vera l'idea che meglio di adegua alla realtà, cioè non è stato quello di aver applicato il darwinismo ai rapporti sociali, bensì quello di non mettere mai in discussione la realtà americana del capitalismo (al massimo ne sono stati discussi certi effetti, ma mai le fondamenta).
Limitarsi a dire che un'idea è vera quando si accorda con la realtà, significa fare della metafisica, se nel contempo non si specifica a quale realtà ci si riferisce o se, peggio ancora, si considera la realtà del capitalismo come immodificabile nella sua essenza.
Il pragmatismo, essendo da un lato meramente funzionale al sistema, e avendo dall'altro la pretesa di modificarlo (ciò che peraltro avviene solo negli aspetti di superficie), è, sul piano politico, ancora più totalitario dell'empirismo, poiché mira a incanalare certe sensazioni e certe idee verso una determinata direzione, facendo del conformismo la legge dominante della società americana, e della possibilità di cambiare le cose attraverso la contestazione l'illusione prevalente.
Negli Stati Uniti ognuno è libero di pensare quello che vuole (lo è molto di più che in Europa, dove per secoli si sono combattute terribili guerre di religione), ma è libero, in coscienza, solo a condizione che, nell'esperienza concreta, si adatti in modo totale ai presupposti fondamentali del capitalismo, il primo dei quali è: "la tua libertà dipende dalla tua proprietà", e il secondo, strettamente correlato: "la tua libertà dipende dalla proprietà degli altri".
Non che questi principi non siano validi anche in Inghilterra o in qualsiasi altro Paese capitalistico: è che non lo sono in maniera così palmare. Il capitale europeo (ma anche nipponico) cerca sempre un compromesso col mondo del lavoro. Anche se, bisogna ammetterlo, laddove, come negli Stati Uniti, la ricchezza generale è considerevole non tanto o non solo per un alto sfruttamento interno del lavoro, ma anche e soprattutto per un altissimo sfruttamento esterno alla nazione (nei confronti del Terzo mondo), il capitale non ha necessità di scendere a particolari compromessi col mondo del lavoro. Da qui forse dipende la scarsa lotta degli americani per un'alternativa al sistema capitalistico.
Certo è che in Europa occidentale, il giorno in cui non sarà più possibile garantire agli operai il relativo benessere di cui attualmente godono, il capitale, pur abituato alle trattative col mondo del lavoro, potrebbe anche assumere posizioni più rigide di quello americano, che alle trattative non è mai stato abituato, se non in limitati casi.
Questo per dire che mentre in Europa occidentale il capitalismo può diventare irrazionale nella misura in cui si rende consapevole non solo della caduta del saggio di profitto, ma anche ch'esiste nei suoi confronti un'alternativa praticabile; negli USA invece può diventarlo semplicemente nella misura in cui prende consapevolezza di non poter più sfruttare come prima il Terzo mondo. In questo senso il pragmatismo resta più superficiale, più istintivo dell'empirismo europeo. L'empirismo conosce il materialismo storico-dialettico, che è nato in Europa; il pragmatismo lo conosce solo nelle aree dell'America Latina sottoposte allo sfruttamento delle multinazionali.
Ovviamente i primi americani a rendersi conto delle illusioni della società americana non saranno i ceti medi di razza bianca, ma i ceti marginali, specie quelli di colore, ivi inclusi gli immigrati dai Paesi del Terzo Mondo.
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