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LO STRUTTURALISMO

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LO STRUTTURALISMO

Messaggio Da Angelodiluce il Dom Mag 02, 2010 3:20 am

Dello strutturalismo ciò che fa problema, ciò che difficilmente si riesce ad accettare, è il fatto che con la sua giusta tesi dell'interdipendenza fra strutture e sovrastrutture esso tende a giustificare tutti i sistemi sociali, anche quelli fondati sull'antagonismo. Lo strutturalismo cerca i nessi logici che tengono in piedi il sistema, non cerca i motivi che dovrebbero legittimare un suo superamento.
Anche quando si afferma, con Lévi-Strauss, che le società più "semplici" non sono qualitativamente inferiori alla nostra, non si aggiunge mai che la superiorità o l'inferiorità di una civiltà non va messa in relazione con la nostra né con nessun'altra civiltà, ma piuttosto con ciò che quella stessa civiltà avrebbe potuto fare, nel superare determinate contraddizioni, e che non ha fatto.
E' sulla capacità di evolvere verso uno stadio qualitativamente superiore di civiltà, che si può misurare il grado di perfezione di una qualunque formazione sociale. Tale "stadio" ovviamente non può avere alcun riferimento alla nostra civiltà, se non in un settore molto preciso, che si ritrova in ogni civiltà: quello dell'umanizzazione dei rapporti sociali.
I confronti bisognerebbe farli tra due civiltà equivalenti: se ciò non è possibile, il progresso può essere misurato prendendo in esame i tentativi di soluzione di quelle contraddizioni che "disumanizzano" i rapporti sociali.
Certo, anche qui i problemi sono tantissimi. Il concetto di "umanesimo" è quanto mai relativo. Ma non dobbiamo dimenticare che è stata la nostra stessa civiltà, che dopo aver cercato d'imporre colla forza il proprio concetto di "umanesimo", ha poi deciso, viste le resistenze del mondo non-europeo o non-occidentale, di relativizzarlo, escludendo così a priori che potesse esistere un concetto di "umanesimo" migliore del nostro.
In realtà, esiste una tipologia di "umanesimo" che nella sostanza, non ovviamente nella forma, è valida per ogni civiltà: si tratta d'individuarla, desumendola dall'evoluzione storica di una determinata civiltà. Questa tipologia non può che riguardare lo sviluppo della libertà, che è alla base di tutti i processi che portano alla verità delle cose.
Secondo lo strutturalismo, la struttura è un sistema di rapporti (regolati da leggi) che si trasforma e si autoregola. Detto questo -che peraltro è di un'evidenza lapalissiana-, lo strutturalismo non è in grado di spiegare il passaggio da una formazione sociale all'altra. Nella struttura tutto è previsto, codificato, razionalizzato...
Le transizioni, per lo strutturalismo, avvengono perché qualche elemento della struttura smette d'interagire con gli altri elementi. La transizione cioè avviene per l'arbitrio di qualche elemento che non accetta più la mediazione degli altri, non perché l'intera struttura aveva ormai fatto il suo tempo, determinando così l'opposizione di alcuni elementi, che, prima o meglio di altri, avevano cominciato a reagire criticamente.
In pratica è come se dicessimo che se gli schiavisti romani fossero stati più "benevoli" o più "tolleranti" nei confronti degli schiavi, l'impero non sarebbe crollato.
Dapprima lo strutturalismo espelle il soggetto dalla storia, facendo della struttura un idolo da adorare, e poi chiede agli uomini d'impegnarsi al massimo per tenere in piedi delle strutture che ormai crollano da sole!
Lo strutturalismo -in quanto filosofia borghese, che ha coinvolto anche certo marxismo: si pensi p.es. ad Althusser-, non riesce assolutamente ad accettare l'idea che talune formazioni sociali siano in sé così contraddittorie da essere destinate al superamento storico, a prescindere dalle intenzioni o dalla "buona volontà" dei soggetti che le costituiscono. Ogni progresso è visto come un regresso, come una fonte di ulteriori contraddizioni.
Ciò che allo strutturalismo interessa individuare non è la giustizia sociale, l'equità di un sistema, il suo livello di democraticità, ma piuttosto le sue regole formali, i suoi ordinamenti esteriori, le sue possibili combinazioni logiche..., insomma tutti quegli aspetti tecnici, fenomenici che non spiegano affatto il motivo per cui un dato sistema si capovolge nel suo contrario e va superato qualitativamente e, se possibile, per sempre.
Gli strutturalisti sono per la salvaguardia dell'equilibrio del sistema, non per giudicarne i fondamenti ontologici. Althusser, p.es., era uno stalinista in politica e un dogmatico in filosofia (naturalmente non un dogmatico come un vero e proprio marxista-leninista, poiché non avendo fatto l'Europa occidentale la rivoluzione comunista, un qualunque dogmatismo teorico di sinistra sarebbe stato costretto ad accentuare di più il marxismo che non il leninismo).
Lo strutturalismo rappresenta l'analisi del "come": esso non ha alcun interesse per l'evoluzione storica, per la genesi del fenomeno. Al massimo, con Piaget, s'interessa dell'evoluzione del singolo individuo (e, anche qui, considerandolo soprattutto sotto l'aspetto cognitivo).
Un sistema merita d'essere tenuto in equilibrio se è sano. Lo strutturalista ovviamente obietterà a questa affermazione dicendo che un sistema è sano appunto se è tenuto in equilibrio. Ebbene, a ciò bisogna rispondere che delle strutture non si può fare un feticcio sovratemporale, altrimenti si cade nella metafisica. Non si può arbitrariamente privilegiare la sincronia sulla diacronia, senza cercare il punto d'incontro che spiega l'evoluzione di entrambe. Né si può impedire il confronto storico-dialettico tra le varie strutture, isolandole in maniera irreversibile.
Lo strutturalismo è il prodotto di una coscienza borghese che vuole rinunciare a chiedersi il perché delle cose, dopo essersi convinta di non poterle modificare. Di qui il rifiuto di considerare che esiste un soggetto umano della storia, che "fa storia". L'unico soggetto -dicono questi filosofi conservatori- è la struttura, che non è stata creata da nessuno, che non è causa di qualcosa, che non ha volto né storia - una struttura del tutto impersonale.
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