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MAFIA E GANGSTERISMO

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MAFIA E GANGSTERISMO

Messaggio Da Angelodiluce il Dom Mag 02, 2010 3:18 am

Che cos'è la storia del gangsterismo americano, in particolare della mafia siciliana trapiantata negli States, se non la storia di un'emancipazione violenta in una società solo formalmente legale, da parte di strati sociali che quella società aveva tenuto ai margini?
Il gangster era colui che aveva cercato di riscattarsi usando gli stessi metodi che la borghesia, prima in Europa occidentale poi negli Usa, aveva usato agli albori della sua nascita e che continuava ad usare, quando necessario, nei confronti di quelle classi o strati sociali che contribuivano col loro sfruttamento ad assicurare poteri e privilegi alla stessa borghesia.
Le forze dell'ordine altro non rappresentavano che la necessità di tutelare una proprietà, un privilegio acquisito contro chi, usando gli stessi mezzi e metodi violenti, ne pretendeva una parte.
La mafia doveva essere combattuta perché usava in maniera esplicita una forma di violenza che la borghesia cercava di mascherare con la finzione del diritto e dello Stato parlamentare.
La mafia rappresentava la verità al negativo, contro la falsità mascherata. Ecco perché tra borghesia e criminalità organizzata alla fine si arriva sempre a un compromesso.
La borghesia deve accettare l'idea che lo sfruttato può ribellarsi semplicemente per riconfermare il dominio del capitale sui rapporti tra le forze produttive. Anzi, la borghesia può anche aver bisogno di elementi del genere contro quei marginali che si ribellano per motivi di autentica giustizia.
Dunque, chi combatte la mafia senza combattere, allo stesso tempo, il sistema che l'ha generata e che indirettamente la nutre, perde il suo tempo. Quand'uno s'accorge di non avere sufficiente protezione da parte dello Stato e, nonostante ciò, persiste nella sua battaglia antimafiosa, non può essere così ingenuo da non sapere che il suo destino è segnato.
Combattere la mafia per un'esigenza di giustizia personale non ha senso, perché la mafia è un fenomeno sociale, che ha radici nello sviluppo della formazione borghese.
La storia ha dimostrato che la mafia non può essere combattuta sul terreno giuridico e neppure soltanto su quello politico, se la politica non si pone come obiettivo il mutamento dei rapporti sociali in direzione del socialismo.
UNA QUESTIONE DI RUOLI. SULLA CINEMATOGRAFIA AMERICANA

In una società d'ispirazione calvinista - e ogni società capitalistica lo è - il trovarsi dalla parte del "bene" o del "male" è una condizione data dal destino, con un lieve margine di possibilità di scelta. Questo è molto evidente nei film americani.
Naturalmente sono possibili varie gradazioni di bene e di male, ma quello che è quasi impossibile è il passaggio dal male al bene, in quanto è molto più facile il contrario.
Chiunque passi dal male al bene resta un soggetto a rischio, che sicuramente non farà mai nulla di particolarmente significativo, o, in ogni caso, un personaggio tenacemente negativo che in una certa sequenza del film compie un gesto positivo, normalmente muore nel momento stesso in cui lo compie, oppure viene fatto morire prima che lo scherno o la derisione di qualcuno del suo passato possa farlo ricadere nell'errore.
Per chi invece dal bene passa al male si avrà un occhio di riguardo, se il male non sarà stato troppo grande o non si ripeterà, e comunque il regista potrà sempre ricorrere alla soluzione della morte come rimedio alla colpa.
In una società calvinista è solo una questione di ruoli, di gioco delle parti, in quanto non c'è vera differenza tra bene e male, al punto che spesso i mezzi e i metodi usati sono gli stessi.
Il bene che si vive nei film americani è quello di una vita agiata, benestante; anche quando l'eroe sembra rifiutare questo tipo di vita, alla fine, se il rifiuto è radicale, è lui a rimetterci.
Si è così convinti di questo che si è persino disposti a transigere nei confronti di chi cerca con mezzi illegali di acquisire una ricchezza personale, se il criminale dimostra sul piano del carattere d'essere accattivante o di avere comunque una personalità interessante.
Gli americani hanno una storia troppo truce per non sapere che nella loro società il "male" non è che un modo illegale o arbitrario di fare le stesse cose del "bene".
Tant'è che nei confronti della mafia la cinematografia americana è sempre stata molto indulgente. Forse ancora di più che nei confronti di quella criminalità individualistica alla Jesse James o alla Bonnie and Clyde, che pur rispecchiava meglio la natura individualistica degli americani.
La mafia, pur costituendo un prodotto d'importazione, è sempre stata trattata con molta circospezione nella cinematografia americana, perché comunque essa rappresentava, nella consapevolezza degli americani, il tentativo di dare una veste organizzata e ufficiale, soggetta a regole, all'esigenza di benessere da parte di strati marginali.
La criminalità individualistica invece è, per definizione, priva di regole e quindi ingestibile nell'immaginario collettivo. Il piccolo criminale, non affiliato ad alcuna organizzazione, è un perdente di sua natura ed è sempre destinato ad essere catturato.
Strutture e regole di "Cosa Nostra"
SENTIMENTI E NEGATIVITA'

La rappresentazione simbolica dei sentimenti umani, quando è eccessiva, come p.es. nei film, diventa controproducente, poiché mette a nudo un'interiorità che si vorrebbe lasciare nascosta, segreta, nella convinzione che solo così essa abbia sempre dei tesori cui poter attingere.
Una rappresentazione simbolica eccessiva dei sentimenti può avere lo stesso effetto negativo di una rappresentazione realistica eccessiva della sessualità, come in genere è nella pornografia.
Quando uno è spettatore di qualcosa, non può identificarsi completamente in ciò che vede, poiché non è così che si sente rassicurato. Uno deve potersi calare nelle situazioni, ma conservando un certo margine d'autonomia nell'interpretazione di ciò che vede, nell'immedesimazione coi protagonisti e le loro vicende, nell'autorappresentazione, perché in fondo la cinematografia conduce a questo.
Quando i dialoghi simbolici diventano troppo intimistici, troppo interiorizzati, quando mettono troppo a nudo le contraddizioni dell'animo umano, si rimane con un senso di vuoto, di impotenza, perché è come se tutto fosse già stato detto.
Si ha la percezione di una totale inadeguatezza della propria realtà quotidiana rispetto a quella vista. Quando si dice che la cinematografia fa sognare, bisognerebbe aggiungere ch'essa svolge una funzione non molta diversa dalla droga. E' una fabbrica di illusioni.
E se a questo il regista cerca di rimediare proponendo storie più crude, più violente, nel tentativo di dimostrare un maggiore "realismo", l'effetto ottenuto è ancora più negativo, in quanto si presume che nella realtà non esistano alternative praticabili.
Si esce da un cinema con disgusto non solo nei confronti di ciò che si è visto, ma anche nei confronti dell'ambiente in cui si vive. E di nuovo si ha paura, ci si sente soli, spaesati.
CINEMATOGRAFIA STORICA E DOCUMENTARISTICA

L'unica cinematografia di valore dovrebbe essere quella storica e documentaristica, ad uso soprattutto delle scuole e dei circoli culturali.
Storica perché gli uomini devono conservare la memoria del passato e, in questo senso, una ricostruzione fedele degli eventi che appartengono alla sua storia, può offrire un grande contributo alla civiltà democratica.
Documentaristica perché l'informazione non può prescindere dalle immagini. Una volta si usava la pittura, la scultura, l'architettura ecc. Oggi la cultura, la scienza e ogni altro contenuto significativo può essere trasmesso con nuovi strumenti tecnologici.
Ogni altro genere filmico (sentimentale, fantascientifico ecc.) andrebbe gestito con questa preoccupazione, nel senso che o vengono trasmessi messaggi etico-sociali che aiutano a riflettere sul presente, oppure è meglio rinunciare a tutti quei generi commerciali fatti in serie.
Inoltre è indispensabile che ogni proiezione sia preceduta da una introduzione e sia seguita dalla possibilità di esprimere pareri.
SULLA CRIMINALITA'

La cinematografia dovrebbe indurre lo spettatore a capire quali possono essere le cause (sociali, culturali ecc.) che portano a compiere determinati crimini. Non è solo dalla testa del colpevole che va tolta la convinzione d'essere un predestinato al male, ma anche da quella dello spettatore, che non può certo essere indotto a credere né che la criminalità non lo riguardi in alcuna maniera (tutti siamo in un certo senso responsabili di qualcosa), né che per essa l'unica soluzione possibile sia il carcere o la pena di morte.
Purtroppo in una società basata sull'individualismo nessuno pensa che le azioni di una persona siano strettamente legate a quelle di tutte le altre. Ognuno s'illude di essere un atomo isolato e il criminale s'illude di poter compiere il male impunemente.
La cinematografia dovrebbe aiutare a capire come utilizzare il male compiuto per riflettere, in maniera collettiva, sulle sue cause ultime: soltanto così si acquisterà fiducia in se stessi e negli altri. Occorre togliere al criminale l'illusione della propria onnipotenza o della propria assoluta diversità rispetto alla gente comune. La criminalità non nasce per caso o comunque non è per caso che si sviluppa. La cinematografia compie un errore grave quando mostra che l'omicidio è alla portata di tutti.
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