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Ansia, panico e paura

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Ansia, panico e paura

Messaggio Da Angelodiluce il Sab Mag 01, 2010 1:49 am

La lezione più importante che l’uomo possa imparare in vita, non è che nel mondo esiste la paura, ma che dipende da noi trarne profitto e che ci è consentito tramutarla in coraggio. (Tagore)
Forse non esiste altro argomento della psicologia clinica altrettanto importante e controverso come l’ansia. Questo stato emozionale può ricorrere in molti quadri psicopatologici, come negli attacchi di panico, nelle fobie (specifica e sociale), nel disturbo ossessivo-compulsivo, nel disturbo post-traumatico da stress e nell’ansia generalizzata. L’ansia è indubbiamente una delle reazioni umane più diffuse ma nonostante ciò non ne esiste una definizione univoca. In letteratura troviamo spesso confusione tra i termini ansia e paura usati troppo spesso come se fossero intercambiabili. In realtà la paura è alla base di tutte le risposte di ansia.
Per paura si definisce una risposta emotiva ad una minaccia o ad un pericolo ben riconoscibile e di solito esterni; essa quindi è caratterizzata dall’immediato riconoscimento del pericolo presente e dal sufficiente accordo con lo stimolo. Le sue cause sono extrapsichiche, cioè esterne, e facilmente individuabili. Studi sul condizionamento alla paura hanno dimostrato che: - Si impara molto in fretta (può bastare un solo collegamento fra stimolo condizionale SC e stimolo incondizionale SI); - È molto duraturo (resistenza all’estinzione e recupero spontaneo in presenza di stress); - Comporta più o meno le stesse reazioni fisiche sia nei mammiferi che nei rettili.
Dal punto di vista fisiologico, negli esseri umani esisterebbe un vero e proprio circuito cerebrale della paura. Secondo Ledoux, uno dei più grandi studiosi del cervello umano, esisterebbe una strada “alta”, corticale (più lenta e che implica consapevolezza) ed una strada “bassa”, sottocorticale (più veloce ed inconsapevole). La strada alta porta dal talamo sensoriale alla corteccia sensoriale (qui lo stimolo viene elaborato) e poi all’amigdala. La strada bassa invece porta direttamente le informazioni dal talamo sensoriale all’amigdala. La strada bassa, essendo più veloce, prevale su quella alta: questo implica che la paura può non passare per la corteccia e quindi per l’elaborazione cosciente. Questo spiegherebbe il perché di molti pazienti fobici che sono consapevoli di avere una paura irrazionale ed irragionevole per qualcosa ma nonostante questo non riescono a calmarsi. Secondo Ledoux nella paura è fondamentale il ruolo dell’amigdala (e non di tutto il circuito limbico come si pensava precedentemente: il circuito limbico, ed in particolare l’ippocampo, svolge un ruolo importante nella memoria). A conferma di ciò le ricerche più recenti hanno dimostrato che negli esseri umani la stimolazione dell’amigdala comporta sensazioni di paura e di pericolo imminente e che senza amigdala non c’è percezione della paura.
L’ansia è, in un certo senso, molto più “pericolosa” della paura. Per ansia si intende quella apprensione o spiacevole tensione data dall’intimo presagio di un pericolo imminente e di origine in gran parte sconosciuta. Ne deriva che quando si prova è sproporzionata a qualsiasi stimolo noto, alla minaccia o al pericolo che ci sovrasta realmente. Le cause dell’ansia sono quindi intrapsichiche, cioè intime e difficilmente individuabili. Si può definire “normale” quell’ansia che viene affrontata con comportamenti costruttivi e protettivi, permettendo di mantenere una capacità di giudicare in maniera matura. Parliamo invece di ansia “patologica” quando l’individuo mette in atto dei tentativi meno validi di adattamento alla vita (e paradossalmente questi tentativi diventano essi stessi problematici ed invalidanti); egli ne risente in maniera tale da mancare di efficienza, tale da non saper raggiungere scopi realistici.
Molti autori, studiando le reazioni ansiose, hanno affermato che ogni momento di ansia si manifesta con fenomeni che sono evidenti su tre fronti:
Fisiologico, con sintomi che interessano l’apparato cardiocircolatorio, gastrointestinale, respiratorio, ed in generale neurovegetativo. Ad esempio aumento della pressione, tensione dei muscoli, aumento del battito cardiaco e della frequenza respiratoria, accelerazione dei processi di memorizzazione e dell’ideazione, aumento dell’attività sensoriale.
Cognitivo, come la catastrofizzazione, la valutazione irrazionale della realtà, il perfezionismo, l’astrazione selettiva, l’autosvalutazione, la polarizzazione sulle cose che temiamo, l’inferenza arbitraria ecc.
Comportamentale; in questo caso l’ansia si manifesta con comportamenti di evitamento o di fuga. Scappare di fronte alla realtà, però, non fa altro che interagire con l’aspetto cognitivo contribuendo a cronicizzate le paure.
La distinzione tra paura ed ansia è importante a livello di intervento clinico: infatti se la paura è alla base di tutte le risposte di ansia, a ciò consegue che per risolvere i problemi legati alla paura (come quelli fobici) bisognerà intervenire a livello del circuito basso e quindi sottocorticale; lo stesso vale per gli altri disturbi di ansia: l’intervento deve essere mirato sulla paura e non sulle reazioni di ansia. Purtroppo nella realtà clinica questo avviene di rado con due significative conseguenze; da un lato la persona bisognosa di aiuto non vede miglioramenti ma anzi a volte peggioramenti del suo stato, dall'altro il clinico comincia a sostenere che se la persona non migliora forse la causa risiede nella persona che non sarebbe ancora pronta a superare il suo disagio.
Tutto ciò, in un’ottica funzionale, non ha senso: se un intervento non funziona la causa è nell'intervento stesso (probabilmente inefficace o applicato malamente), non nella persona!
Una menzione a parte la meritano i sempre più diffusi Attacchi di Panico, ossia la “paura della paura”.
Gli Attacchi di Panico sono descritti come un'improvvisa manifestazione di ansia o una rapida escalation di quella solitamente presente; in particolare un episodio può essere definito come Attacco di Panico se 4 o più, fino a 13, sintomi somatici o cognitivi, aumentano progressivamente o si manifestano entro un periodo di 10 minuti.
Tra questi vi sono risposte fisiche quali palpitazioni, capogiri, sudorazione, sensazione di soffocamento, tremore e brividi, e sintomi cognitivi quali paura di morire, di soffocare di diventare pazzo ecc.
Gli Attacchi di Panico (AP) possono essere classificati anche sulla base della condizione in cui si verificano, vale a dire se sono dipendenti dalla situazione o si producono spontaneamente. I criteri affinché si possa parlare di AP riguardano la presenza ricorrente e inaspettata degli attacchi seguita da un periodo di almeno un mese durante il quale l'individuo riporta frequentemente il timore di avere altri attacchi. Il modello cognitivo del panico propone che una determinata sequenza di eventi in una successione circolare conduca all'attacco di panico ed è conosciuto come il modello del circolo vizioso del panico. Gli AP sono il risultato di catastrofiche interpretazioni di eventi fisici e mentali erroneamente considerati segni di un imminente disastro quale avere un attacco cardiaco, svenire o soffocare. Ogni stimolo interno o esterno che è giudicato minaccioso produce lo stato d'ansia e i relativi sintomi somatici associati che se sono interpretati in maniera catastrofica producono un ulteriore aumento del livello di ansia intrappolando l'individuo in un circolo vizioso culminante nell'attacco di panico.
Una volta manifestato l'attacco di panico intervengono 3 fattori che mantengono questa situazione: 1)Attenzione selettiva riguardo alle sensazioni corporee; 2) Comportamenti protettivi associati alla situazione; 3) Evitamento;
Nella pratica clinica, si rilevano negli ultimi anni un numero crescente di tipologie di patologie fobiche basate su copioni percettivi-reattivi non riconducibili soltanto alla tendenza all'evitamento ma soprattutto al tentativo fallimentare del controllo, da parte del soggetto delle proprie reazioni sia fisiologiche che comportamentali, così come della realtà circostante. È proprio l'eccesso di tentato controllo che fa perdere il controllo. Il controllo volontario di funzioni organiche, altera queste ultime, le quali alterandosi producono la paura dell'insorgere di un grave malanno.
La persona tende quindi a voler avere il controllo delle proprie reazioni di paura che scatenano i sintomi fisiologici. Proprio tale sforzo di controllo costruisce letteralmente i sintomi che fanno poi perdere il controllo. Ovvero la paura della paura che produce il panico. La spirale circolare tra paura e reazioni fisiologiche può andare in escalation sino ad una vera e propria crisi di panico, se il soggetto non interrompe tale circolo basato sul tentativo di controllare le proprie reazioni.
Quindi, di solito, se le cause scatenanti il DAP possono essere diverse, multiple e personali, il copione attraverso cui si mantiene tale patologia è spesso un circolo vizioso molto simile in tutti i casi (e quindi simili saranno le "tecniche" e le "strategie" atte a rompere questo vero e proprio circolo vizioso in tutte le persone che presentano tale disturbo).
In fondo, come scrive Saverino, non esiste un problema se non c’è una soluzione.chimate il vostro medico

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