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Misteri del Sud America.

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Misteri del Sud America.

Messaggio Da Angelodiluce il Ven Apr 30, 2010 3:23 am

Il Sud America è un continente ricchissimo di sorprese e misteri. I primi a rimanerne incantati furono i conquistatori spagnoli, che trovarono delle quantità d’oro nelle città incaiche delle Ande da riempire galeoni interi. Inizialmente al fianco dell’opera di ripulimento aureo delle città si affiancava quella dei pastori cattolici di distruzione della storia e folclore locale.

Ad un certo punto, però, si notò come molta parte delle tradizioni locali riecheggiavano straordinariamente molti racconti biblici e si incominciò a salvare il patrimonio delle civiltà precolombiane, poiché reinterpretabile alla luce della dottrina cristiana. L’unica spiegazione, all’inizio, di questa somiglianza era la possibile venuta delle dieci tribù d’Israele, sparite dopo il loro esilio dal medioriente. Probabilmente non era così. Il resto della mitologia dei popoli americani lasciava ben intendere le radici del loro sapere e ricalcava molti parallelismi con le primissime civiltà mediorientali, da cui si presume attinse l’antico Testamento, la Genesi in primo luogo.

Il primo mistero è dunque l’esistenza di tradizioni originarie del medioriente. Se è vero che le americhe furono popolate in prima istanza da popolazioni asiatiche che migrarono attraverso lo stretto di Bering 15000 anni fa o, secondo altre teorie, da altre capaci di navigare fra le isole del Pacifico, una soluzione forse è a portata di mano. Infatti risulterebbe coerente che quel patrimonio culturale non poteva non venire dalla civiltà dell’Indo che a sua volta già aveva parecchie somiglianze con quelle mesopotamiche. E con queste si contende, attualmente, il titolo di madre di tutte le civiltà. Ci sono tesi sperimentali che indicano o nell’India o nella Mesopotamia l’inizio della civiltà dell’uomo e di fatto sorsero, per quel che ne sappiamo, in tempi più o meno contemporanei: per ora si tende a far risalire di qualche secolo la civiltà sumera prima di quella indiana. Anzi, in molti miti sumerici sembra raccontarsi la nascita della civiltà dell’Indo, dovuta proprio alla colonizzazione di re mesopotamici.

Un dubbio può esserci circa la cronologia di queste relazioni. Al tempo delle prime ipotetiche migrazioni nelle americhe, per la storia ufficiale, non esisteva nessuna civiltà evoluta. Può darsi che ci siano state migrazioni successive, dal 3000 a.C. in poi o che comunque esistevano, fin dall’era glaciale, racconti orali che venivano tramandati da generazione in generazione.

Dunque, accettando l’irrefutabile rapporto tra Mesopotamia e India, e il fatto che i primi americani altro non erano che asiatici emigrati si getta una luce sul perché esiste in america, ad esempio, il racconto di Noè tale e quale quello biblico. Per non parlare del politeismo delle civiltà andine e mesoamericane che ricalca le stesse figure di quelle egizie e mesopotamiche. In Egitto Toth è colui che insegna le scienze, mentre per gli Aztechi è Quetzalcoatl e per gli Incas è Viracocha. Tutti questi dei vengono rappresentati allo stesso modo. Viracocha è il dio creatore secondo ogni popolazione sudamericana e viene descritto sempre allo stesso modo. Era bianco, barba e capelli bianchi e avvolto da una sorta di tunica o mantello (identicamente a Quetzalcoatl). Era abile nelle scienze e veniva aiutato da seguaci, delle sorte di semidei. Predicava l’amore e la pace. Veniva anche chiamato Thunapa e similmente a Osiride fu sigillato in una sorta di forziere e mandato in un fiume (il Desaguadero) fino a sfociare in un altro mare (il lago Poopò). Qui secondo altre leggende avrebbe rotto la terra in canali concentrici d’acqua (Atlantide?!?). In ogni caso pare che la sua civiltà partisse dal Titicaca e che Tiahauanacu era l’origine di tutto. Un fatto importante, e che in un certo senso conferma i sospetti circa l’impronta occidentale sulle prime civiltà americane, è che la raffigurazione di queste divinità è molto spesso antropomorfe e reca tratti somatici decisamente non appartenenti alle popolazioni originarie del Sud America (se è vero, come si dice, che esse siano di origini orientali). Infatti si trovano immagini di uomini barbuti (ai primitivi del posto invece la barba non cresce affatto) e addirittura teste gigantesche (1) che raffiguravano personaggi di chiarissima origine africana: dei negroidi. Figure di negroidi sono presenti non solo in queste famose teste gigantesche, ritenute opera della misteriosa civiltà olmeca che operò nel centro america prima di molte altre civiltà nel secondo millennio a.C., ma anche nell’Isola di Pasqua, dove ci sono i famosi moai, altre teste giganti che riportano tratti somatici di stampo africano. L’esistenza poi, in quest’isola, di una specie di scrittura identica a quella della valle dell’Indo sembra suggerire che qualcuno arrivò davvero dal mondo antico a quello nuovo. Nei racconti dei nativi del posto sono ben presenti i ricordi delle invasioni di queste razze di uomini (raffigurate anche con la faccia nera e bianca) e pare che fossero approdati via mare e si fecero subito padroni del posto: i giganti da una parte (negroidi) e gli dei dall’altra (stirpe medio orientale). Sembra evidente che ci sia un contatto fra vecchio e nuovo mondo ancora prima che venisse Colombo, un contatto poi caduto nella dimenticanza e nell’oblio dei secoli.

Alcune mappe antiche sembrano conservare il retaggio di questo antico contatto. Quella di Piri R’eis, che ricalca parzialmente una delle tante carte possedute da Colombo, mostra chiaramente il profilo del Sud America col Rio delle Amazzoni ed altri siti geografici posizionati con ottima precisione. E all’epoca (1513) quelle zone non erano ancora state esplorate. Ancor meglio la mappa di Hadji Ahmed nel 1559 profila esattamente l’America del Nord per intero (molto prima che venisse completamente esplorata dagli europei), unita all’Asia così come lo era prima dello scioglimento dei ghiacci. Gli arabi avevano trovato nei loro archivi tale carta. Esisteva perciò un antico collegamento tra vecchio e nuovo mondo.
A proposito di ciò fece scalpore la scoperta, a ridosso degli anni '80, della presenza di tabacco nelle bende e negli organi interni nel corpo del faraone egizio Ramses II. Si sa, il tabacco è originario del sud America e nel vecchio mondo non era conosciuto. Gli accademici non potendo spiegare tale fatto rifiutarono in blocco le analisi con mille scuse destinate a crollare. Infatti furono trovate anche foglie di coca triturate e, nell'analisi di altri corpi imbalsamati, furono trovate le stesse prove con diversi test ed in diversi laboratori. Anche i tossicologi, abili a scoprire tracce di droga nei corpi delle persone, hanno dato la conferma che in Egitto erano arrivate sostanze come tabacco, nicotina e coca. Similmente, non può essere un caso, queste sostanze venivano usate anche nella sepoltura delle mummie del Perù. La straordinarietà di questo fatto è scientificamente valida e inappellabile e porta solo alla solita conclusione.


A questo punto il fatto che in Egitto potesse esistere il racconto di una civiltà americana (Atlantide) non deve più stupire, ma, anzi, suffraga tutti questi altri indizi. E ricordiamoci che il racconto di Atlantide, come dice il sacerdote egizio, era remotissimo, proprio come le antiche relazioni che sembrano esserci state tra i due continenti.

La rappresentazione mesopotamica di Gilgamesh (2) che sconfigge due leoni ricorre anche nelle prime civiltà americane (in tavolette ritrovate nelle Ande settentrionali) e non possiamo fare a meno di riconoscere la straordinaria somiglianza fra le rappresentazioni trovate in parti opposte del globo. Non può certo trattarsi di coincidenze.

Anche i calendari astronomici e la mania di orientare i propri siti di culto secondo allineamenti astronomici sono caratteristiche comune alle civiltà precolombiane e quelle del vecchio mondo.

All’ epoca dell’invasione spagnola, si sa, i conquistadores incontrarono inizialmente nessuna ostilità in quanto gli Aztechi, che adoravano il dio bianco e barbuto Quetzalcoatl, li identificarono come quegli stessi dei. Infatti invasero l’ america Centrale nel 1519, allo scadere della fine di un periodo di 52 anni che coincideva con la profezia del ritorno delle divinità bianche. Fu Montezuma ad accoglierli con doni preziosi, d’oro, metallo considerato appartenente agli dei dalle civiltà precolombiane.

Ancora più interessante è l’esistenza nelle isolette del lago Titicaca di genti provenienti da Uru e che vengono considerati dalle altre etnie i primi abitanti della regione. I nomi di alcuni loro dei hanno chiara radice mediorientale e sostengono di essere là prima che “il sole si nascondesse” (evento astronomico, probabilmente ricordato in medioriente col passo della Bibbia “O sole fermati”). Le lingue locali, il Quechua e l’Aymara, hanno molti vocaboli in comune con le originali lingue assiro – sumeriche. E che dire delle piramidi a gradoni dei Maya? Non ricalcano forse le zigurrat sumeriche? E come mai la città di Cuzco aveva le mura ricoperte di piatti d’oro come la mesopotamica Uruk? Che in realtà gli abitanti di Uru siano un retaggio di antichi visitatori di Ur che si insediassero da quelle parti portando la civiltà? E come mai le loro barche di canna assomigliano tanto a quelle dei sumeri?

Ma non c’è solo l’ombra delle civiltà mediorientale nel Sud America. Al largo della costa del Brasile si scoprirono delle anfore di origine Romana, i cui studi sono sempre stati bloccati per ragioni politiche. Lo scopritore del Brasile è sempre stato considerato Cabral, personaggio nazionale, cui vengono ricorrentemente dedicate feste e onori. Scoprire che qualcuno è giunto ancor prima in Brasile sconvolgerebbe il folklore di quel popolo. Nell’ America centrale poi si sono trovate anche monete fenicie. Riguardo questo gli studiosi tendono a giustificare il fatto ipotizzando che qualche imbarcazione sia stata spinta da quelle parti a causa di tempeste e forti venti e che effettivamente non ci fossero certo rotte continue fra un continente e l’altro.

Le enormi grappe metalliche usate per raccordare i blocchi del sito di Tiahauanacu sono molto simili, se non identiche, a quelle trovate in siti egizi e la stessa tecnica di costruzione di enormi blocchi incastrati a puzzle caratterizza civiltà separate dall’enorme distesa dell’Atlantico.

Aldilà della misteriosa ed evidente impronta di genti mediorientali il Sud America ha in serbo molte altre stranezze. Prima di tutto le misteriose città della foresta Amazzonica: grandi ruderi di pietra inaccessibili e visibili soltanto per via aerea. E sempre soltanto per via aerea sono visibili i grandi disegni dell’altopiano Nazca: scimmie, colibrì, uomini, il tridente e altri simboli si stagliano sulla superficie per chilometri ognuno occupando centinaia di metri. Si intrecciano fra di loro in maniera confusa, senza alcun ordine. Ci sono anche disegni astratti e molte linee rette lunghe chilometri. Gli abitanti del posto le attribuiscono ai viracochas, i loro dei che arrivarono in quelle terre in epoca incalcolabile. Un appunto per la scimmia: essa non esiste in Sud America da quando esiste la civiltà da noi conosciuta. Fu importata dai negri africani? Esisteva prima dell’ultima glaciazione? Risalirebbero allora le linee Nazca a oltre 12000 anni fa? Difficile interpretare il senso di tali figure. Ancor più incredibile è il fatto che questi segni di civiltà, tanto le linee quanto le città perdute, sorgono in posti attualmente inospitali per l’uomo, anzi assolutamente impraticabili, visto che la foresta Amazzonica è un agglomerato infinito di pericoli e insidie e l’altopiano Nazca è arido come un pugno di sabbia durante tutto l’anno. Possibile che ci fossero civiltà quando il clima era molto diverso (prima dello scioglimento dei ghiacci) ?

Anche le città distrutte dell’America Centrale destano sospetti. La prima è Teotiahauacan, antica capitale dei Toltechi, con le sue enormi piramidi del sole e della luna, raccordate dal grande Viale dei Morti. Le proporzioni tra perimetro e altezza delle piramidi contengono il fattore pi greco, così come quelle della piana di Giza in Egitto. Ma ancora più misteriosa sembra la loro funzione. Si pensa a centri di culto ma la soluzione potrebbe essere meno banale, soprattutto se si pensa ai numerosi cunicoli che si infittiscono sotto la loro base, dove sembra esser stata trovata traccia di antichi corsi d’acqua.

In Perù esiste, a pochi chilometri da Cuzco, antica capitale Inca, la fortezza di Sacsahuaman. Questa è cinta da mura che vantano blocchi di pietra ciclopici incastonati a puzzle (3). Certi arrivano a centinaia di tonnellate e ce ne sono pure alti oltre quattro metri. Così come a Cuzco, è impossibile far entrare un foglio fra una pietra e l’altra, talmente è perfetto il loro incastro. Ma chi costruì Sacsahuaman? Una cronaca Inca racconta di come essi tentarono di fortificare il sito portando un blocco delle stesse dimensioni titaniche. La spedizione finì con molti morti e feriti, in quanto il blocco cadde durante il tragitto travolgendo centinaia di persone. Questi blocchi non solo furono alzati e lavorati perfettamente, ma anche trasportati da cave distanti dal luogo del sito. Ed a quanto pare fu opera di una civiltà superiore agli Inca.

La città più misteriosa rimane comunque Tiauahanacu, presso il lago Titicaca. Sorge in un luogo geograficamente arido, circondato da imponenti cime innevate, e un tempo, probabilmente, affacciava sul Titicaca. Il più grande studioso di queste rovine antichissime è stato Arthur Posnansky (ingegnere europeo che, trasferitosi in Bolivia, ha speso l’intera vita a studiare meticolosamente le rovine) che, tramite misurazioni archeoastronomiche, è arrivato a datare la città al 15000 a.C. Non è rimasto tanto della città che, come altri siti, è stata ripetutamente saccheggiata ed ha subito opere vandaliche.

Nel complesso il sito misura 1,5x3 km e molto è sparito per opera dell’inquisizione cattolica o per costruire chiese e altri edifici ad opera degli invasori europei. L’architettura rimasta è maestosa e imponente. È formata da singoli blocchi pesanti fino a centinaia di tonnellate, troppo grandi per esser portati via pure essi. Le loro superfici erano lavorate finemente, con attrezzature che non hanno alcun riscontro sulle popolazioni conosciute delle Ande ed erano attaccate con grappe metalliche, e si è riscontrato che il metallo era il bronzo. È un fatto singolare poiché il bronzo è una lega di rame e stagno (metalli abbondanti nella zona) che richiede particolari conoscenze della lavorazione dei metalli. Presso la zona si è trovata anche una piccola ascia in lega di rame e oro o forse, come lo chiamava Platone, in oricalco. Della fondazione di questa metropoli dell’antichità rimangono solamente leggende. Tutte queste hanno in comune il fatto che essa sia sorta nel giro di un giorno e una notte per opera di esseri superiori. Forse si trattava di un modo di spiegare qualcosa che per gli stessi nativi delle Ande era un mistero. Esiste anche un'altra interessante leggenda a proposito dell’intero altopiano boliviano. È quella che riguarda l’inondazione di una non meglio identificata città corrotta, inorgoglita e viziata dalle proprie prosperità. Alle porte di un’imminente catastrofe gli abitanti furono messi in guardia dai sacerdoti del posto, ma non vollero dar retta e rifugiarsi e perciò rimasero preda di un disastro che li travolse con la città. Solo i sacerdoti riuscirono a salvarsi, prevedendo il disastro, trovando scampo nelle cime più alte che stavano nei paraggi.

Senza dubbio si tratta di un evento molto simile alla possibile scomparsa della città di Atlantide ma ancora più interessante è scoprire che gli studi geologici di Arthur Posnansky sull’altopiano dove sorge il Titicaca hanno messo alla luce, in maniera irrefutabile e accettata dal resto dell’opinione pubblica, che quel sito fu veramente inondato in larga misura nel passato. Ci fu anche una seconda catastrofe, tanto che Posnansky divise la storia di Tiahauanacu in 3 parti a cavallo dei due disastri. Non si è trattato comunque di un’inondazione locale, bensì molto più generale, che probabilmente ha coinvolto tutto l’altopiano boliviano, essendo esso coperto da grossi specchi d’acqua come il Titicaca, il lago Poopò e il fiume Desaguadero, che collega i due bacini.

Delle rovine rimaste a Tiahauanacu spiccano la Porta del Sole e l’intero complesso in cui è posizionata. Si tratta di un enorme monolite di 3x6 metri dal peso di molte tonnellate. Aldilà della mole è interessante il motivo grafico presente nella parte superiore di una facciata. Un idolo, probabilmente il dio creatore Viracocha, da cui sgorgano delle lacrime e che mantiene due armi in una mano e nell’altra. Sotto vi è una successione di 11 simboli identificati da Posnansky con 11 mesi. Secondo lo studioso si trattava della rappresentazione di un calendario: 11 mesi da 30 giorni e uno da 35, rappresentato da Viracocha stesso. Secondo lui la conta dei mesi partiva dall’equinozio di primavera, quando giorno e notte si eguagliano in durata e, pur non avendolo fatto notare lui stesso, sappiamo che anche i Sumeri adottavano un calendario del tutto identico. La rappresentazione del dio piangente ricorre anche in giare ed altri manufatti sparsi intorno alla zona, che permettono agli studiosi odierni di capire, per quanto possibile, fino a dove si fosse potuta spingere la civiltà sorta a Tiahauanacu. Da notare che nella stessa porta del sole ci sono anche raffigurazioni di animali estintisi nell’ultima glaciazione, a conferma dell’antichità del sito. Uno fra questi è il toxodonte (trovato raffigurato anche in giare o sculture tridimensionali, poi seguono specie animali imparentate con elefanti e cavalli, che ora non esistono più in Sud America e che sappiamo esistettero ad Atlantide. I misteri ed il fascino di queste rovine si spingono comunque oltre, a partire dalle rappresentazioni di figure vestite in maniera inusuale per i nativi del posto e da quelle di una specie elefante e del toxodonte, estintisi in America alla fine dell’ultima glaciazione. Questo ultimo particolare può forse trovare una via di uscita nella spiegazione che Posnansky ha dato del sito dove sorge la Porta del Sole. Essa è all’angolo nord ovest di un recinto quadrato in cui, nella facciata ovest, ci sono 11 colonne in ingresso e, al centro, sorgeva presumibilmente una piramide a gradoni. Posnansky in base a calcoli astronomici è arrivato a dire che quell’area era un grosso calendario di pietra usato per scandire il tempo, precisamente i mesi in un anno. Ciò che più sorprendeva è che esso funzionava bene con una particolare inclinazione dell’asse terrestre, corrispondente a quella che doveva essere 15000 anni prima!

Più tardi si sarebbero interessati della questione anche degli astronomi di spicco e sarebbero giunti alle stesse conclusioni trovando però anche l’alternativa data del 9300 a.C. Pian piano poi, con calcoli sempre più precisi, ci si è stabilizzati in una data tra il 10400 e il 4000 a.C. Per quanto riguarda le datazioni di materia organica trovata nei sotterranei del sito si è trovato qualcosa risalente al 1538 a.C. questo vuol dire che almeno in quella data la città era sicuramente abitata. Tutte queste prove ovviamente ridicolizzano l’idea degli storici ortodossi che, non trovando alcuna spiegazione plausibile, collocano la fondazione di Tiahauanacu addirittura dopo Cristo.

Fra le statue logorate dal tempo si sono ritrovati anche raffigurazioni di uomini bianchi vestiti con mantelli che recano il motivo delle squame dei pesci in maniera del tutto analoga alle raffigurazioni mesopotamiche. Ed è presente anche lo stesso simbolo della doppia croce presente nelle culture mediorientali.

Un ennesimo interessante aspetto della città è la presenza di una collina artificiale alta 36 metri e con un lato perimetrale di 210 metri, allineata coi punti cardinali. Si chiama Akapana e sotto di esso si aprono dei canali sotterranei organizzati su più livelli che invadono tutto il sito, similmente alla città di Teotiahauacan. A cosa potessero servire rimane un enigma. Forse un opera idraulica per il lavaggio di metalli e minerali. Certamente questo è un sito dove mai nessuna delle civiltà conosciute ha mai giurato di averci posto mano
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